MEDJUGORJE – Messaggio del 25 novembre 2012


“Cari figli!

In questo tempo di grazia vi invito tutti a rinnovare la preghiera.

Apritevi alla Santa confessione perchè ognuno di voi accetti col cuore la mia chiamata.

Io sono con voi e vi proteggo dall’ abisso del peccato e voi dovete aprirvi alla via della conversione e della santità perchè il vostro cuore arda d’amore per Dio.

DateGli il tempo e Lui si donerà a voi,

e così nella volontà di Dio

scoprirete l’amore e la gioia della vita.

Grazie per aver risposto alla mia chiamata.”

La notizia non è nuovissima, ha appena qualche giorno. Ma io la scopro solo ora (sul sito di Libero) e la riporto così come l’ho letta :

“Ancor prima di un eventuale ingresso in Parlamento, ecco i guai giudiziari per un pezzo da novanta dell’Italia Futura di Luca Cordero di Montezemolo. Nel mirino ci è finito Federico Vecchioni, imprenditore, e da un anno coordinatore a livello nazionale del movimento guidato dal presidente Ferrari. Vecchioni è stato rinviato a giudizio con l’accusa di truffa in relazione a un’indagine della Procura di Grosseto conclusa negli scorsi giorni sulla realizzazione di un parco eolico a Sticciano, nei pressi di Grosseto.

Il parco fotovoltaico – Nel mirino delle toghe ci sono finiti gli affari relativi al più grande parco fotovoltaico della Toscana. Si tratta di cinque ettari di pannelli montati sui cosiddetti “inseguitori solari” (apparecchi che simulano il comportamento dei girasoli, e si orientano automaticamente in base alla migliore esposizione solare). Gli inseguitori sono in grado di produrre oltre un megawatt di energia elettrica, che corrisponde, circa, al consumo annuo di 500 famiglie.

L’accusa – Secondo l’accusa, Vecchioni avrebbe ottenuto un finanziamento europeo per il parco eolico, ma la realizzazione dell’impianto è stata affidata ad un’altra società, “Il Ceppo”, di cui il vecchioni.jpegmedesimo imprenditore è socio ma che fa capo alla moglie, Elisabetta Pasinato. Pure la Pasinato è finita nei fascicoli dei pm, indagata insieme a un altro amministratore della società, Giovanni Bonin. Secondo i magistrati, “Il Ceppo” non avrebbe potuto utilizzare i contributi europei che erano stati accordati a Vecchioni.

La truffa – Secondo i pm di Grosseto è stata compiuta una vera e propria truffa ai danni del Gse (Gestore Servizi Elettrici), gruppo che ha acqustato da “Il Ceppo” energia elettrica per un valore commerciale di alcuni milioni di euro. A Sticciano, per la realizzazione del parco eolico, sono stati investiti poco più di sette milioni di euro, quattro dei quali sono stati erogati dal fondo europeo.”

http://www.liberoquotidiano.it/news/politica/1116176/Italia-Futura–indagato-il-coordinatore-nazionale.html

CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE, NOTA DOTTRINALE, NOTA DOTTRINALE circa alcune questioni riguardanti l’impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica, testo integraleOffriamo, a beneficio di tutti, il Testo della “NOTA DOTTRINALE circa alcune questioni riguardanti  l’impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica” che è  senza dubbio il Documento più importante del Magistero per quanto riguardo l’impegno (a vari livelli: da “semplice” elettore” a governante) di un cattolico nella sfera politica.

Detto Documento, redatto dalla Congregazione per la Dotttrina della Fede (e quindi con valore universale, non solo per alcuni Stati ma per tutto il pianeta) è purtroppo poco conosciuto. Eppure trattasi di un testo non lungo e di una straordinaria attualità ed utilità.

Lo pubblichimo, in forma integrale e con relative note acchè tutti i lettori  possano prenderne visione:

 

CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE

NOTA DOTTRINALE
circa alcune questioni riguardanti
l’impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica

La Congregazione per la Dottrina della Fede, sentito anche il parere del Pontificio Consiglio per i Laici, ha ritenuto opportuno pubblicare la presente “Nota dottrinale circa alcune questioni riguardanti l’impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica”.

La Nota è indirizzata ai Vescovi della Chiesa Cattolica e, in special modo, ai politici cattolici e a tutti i fedeli laici chiamati alla partecipazione della vita pubblica e politica nelle società democratiche.

I. Un insegnamento costante             

1. L’impegno del cristiano nel mondo in duemila anni di storia si è espresso seguendo percorsi diversi. Uno è stato attuato nella partecipazione all’azione politica: i cristiani, affermava uno scrittore ecclesiastico dei primi secoli, «partecipano alla vita pubblica come cittadini».[1]

La Chiesa venera tra i suoi Santi numerosi uomini e donne che hanno servito Dio mediante il loro generoso impegno nelle attività politiche e di governo. Tra di essi, S. Tommaso Moro, proclamato Patrono dei Governanti e dei Politici, seppe testimoniare fino al martirio la «dignità inalienabile della coscienza».[2] Pur sottoposto a varie forme di pressione psicologica, rifiutò ogni compromesso, e senza abbandonare «la costante fedeltà all’autorità e alle istituzioni legittime» che lo distinse, affermò con la sua vita e con la sua morte che «l’uomo non si può separare da Dio, né la politica dalla morale».[3]

Le attuali società democratiche, nelle quali lodevolmente tutti sono resi partecipi della gestione della cosa pubblica in un clima di vera libertà,[4] richiedono nuove e più ampie forme di partecipazione alla vita pubblica da parte dei cittadini, cristiani e non cristiani. In effetti, tutti possono contribuire attraverso il voto all’elezione dei legislatori e dei governanti e, anche in altri modi, alla formazione degli orientamenti politici e delle scelte legislative che a loro avviso giovano maggiormente al bene comune.[5] La vita in un sistema politico democratico non potrebbe svolgersi proficuamente senza l’attivo, responsabile e generoso coinvolgimento da parte di tutti, «sia pure con diversità e complementarità di forme, livelli, compiti e responsabilità».[6]

Mediante l’adempimento dei comuni doveri civili, «guidati dalla coscienza cristiana»,[7] in conformità ai valori che con essa sono congruenti, i fedeli laici svolgono anche il compito loro proprio di animare cristianamente l’ordine temporale, rispettandone la natura e la legittima autonomia,[8] e cooperando con gli altri cittadini secondo la specifica competenza e sotto la propria responsabilità.[9] Conseguenza di questo fondamentale insegnamento del Concilio Vaticano II è che «i fedeli laici non possono affatto abdicare alla partecipazione alla “politica”, ossia alla molteplice e varia azione economica, sociale, legislativa, amministrativa e culturale destinata a promuovere organicamente e istituzionalmente il bene comune»,[10] che comprende la promozione e la difesa di beni, quali l’ordine pubblico e la pace, la libertà e l’uguaglianza, il rispetto della vita umana e dell’ambiente, la giustizia, la solidarietà, ecc.

La presente Nota non ha la pretesa di riproporre l’intero insegnamento della Chiesa in materia, riassunto peraltro nelle sue linee essenziali nel Catechismo della Chiesa Cattolica, ma intende soltanto richiamare alcuni principi propri della coscienza cristiana che ispirano l’impegno sociale e politico dei cattolici nelle società democratiche.[11] E ciò perché in questi ultimi tempi, spesso per l’incalzare degli eventi, sono emersi orientamenti ambigui e posizioni discutibili, che rendono opportuna la chiarificazione di aspetti e dimensioni importanti della tematica in questione.

II. Alcuni punti nodali nell’attuale dibattito culturale e politico    

2. La società civile si trova oggi all’interno di un complesso processo culturale che mostra la fine di un’epoca e l’incertezza per la nuova che emerge all’orizzonte. Le grandi conquiste di cui si è spettatori provocano a verificare il positivo cammino che l’umanità ha compiuto nel progresso e nell’acquisizione di condizioni di vita più umane. La crescita di responsabilità nei confronti di Paesi ancora in via di sviluppo è certamente un segno di grande rilievo, che mostra la crescente sensibilità per il bene comune. Insieme a questo, comunque, non è possibile sottacere i gravi pericoli a cui alcune tendenze culturali vorrebbero orientare le legislazioni e, di conseguenza, i comportamenti delle future generazioni.

È oggi verificabile un certo relativismo culturale che offre evidenti segni di sé nella teorizzazione e difesa del pluralismo etico che sancisce la decadenza e la dissoluzione della ragione e dei principi della legge morale naturale. A seguito di questa tendenza non è inusuale, purtroppo, riscontrare in dichiarazioni pubbliche affermazioni in cui si sostiene che tale pluralismo etico è la condizione per la democrazia.[12]

Avviene così che, da una parte, i cittadini rivendicano per le proprie scelte morali la più completa autonomia mentre, dall’altra, i legislatori ritengono di rispettare tale libertà di scelta formulando leggi che prescindono dai principi dell’etica naturale per rimettersi alla sola condiscendenza verso certi orientamenti culturali o morali transitori,[13] come se tutte le possibili concezioni della vita avessero uguale valore.

Nel contempo, invocando ingannevolmente il valore della tolleranza, a una buona parte dei cittadini — e tra questi ai cattolici — si chiede di rinunciare a contribuire alla vita sociale e politica dei propri Paesi secondo la concezione della persona e del bene comune che loro ritengono umanamente vera e giusta, da attuare mediante i mezzi leciti che l’ordinamento giuridico democratico mette ugualmente a disposizione di tutti i membri della comunità politica. La storia del XX secolo basta a dimostrare che la ragione sta dalla parte di quei cittadini che ritengono del tutto falsa la tesi relativista secondo la quale non esiste una norma morale, radicata nella natura stessa dell’essere umano, al cui giudizio si deve sottoporre ogni concezione dell’uomo, del bene comune e dello Stato.

3. Questa concezione relativista del pluralismo nulla ha a che vedere con la legittima libertà dei cittadini cattolici di scegliere, tra le opinioni politiche compatibili con la fede e la legge morale naturale, quella che secondo il proprio criterio meglio si adegua alle esigenze del bene comune. La libertà politica non è né può essere fondata sull’idea relativista che tutte le concezioni sul bene dell’uomo hanno la stessa verità e lo stesso valore, ma sul fatto che le attività politiche mirano volta per volta alla realizzazione estremamente concreta del vero bene umano e sociale in un contesto storico, geografico, economico, tecnologico e culturale ben determinato.

Dalla concretezza della realizzazione e dalla diversità delle circostanze scaturisce generalmente la pluralità di orientamenti e di soluzioni che debbono però essere moralmente accettabili. Non è compito della Chiesa formulare soluzioni concrete — e meno ancora soluzioni uniche — per questioni temporali che Dio ha lasciato al libero e responsabile giudizio di ciascuno, anche se è suo diritto e dovere pronunciare giudizi morali su realtà temporali quando ciò sia richiesto dalla fede o dalla legge morale.[14]

Se il cristiano è tenuto ad «ammettere la legittima molteplicità e diversità delle opzioni temporali»,[15] egli è ugualmente chiamato a dissentire da una concezione del pluralismo in chiave di relativismo morale, nociva per la stessa vita democratica, la quale ha bisogno di fondamenti veri e solidi, vale a dire, di principi etici che per la loro natura e per il loro ruolo di fondamento della vita sociale non sono “negoziabili”.

Sul piano della militanza politica concreta, occorre notare che il carattere contingente di alcune scelte in materia sociale, il fatto che spesso siano moralmente possibili diverse strategie per realizzare o garantire uno stesso valore sostanziale di fondo, la possibilità di interpretare in maniera diversa alcuni principi basilari della teoria politica, nonché la complessità tecnica di buona parte dei problemi politici, spiegano il fatto che generalmente vi possa essere una pluralità di partiti all’interno dei quali i cattolici possono scegliere di militare per esercitare — particolarmente attraverso la rappresentanza parlamentare — il loro diritto-dovere nella costruzione della vita civile del loro Paese.[16] Questa ovvia constatazione non può essere confusa però con un indistinto pluralismo nella scelta dei principi morali e dei valori sostanziali a cui si fa riferimento.

La legittima pluralità di opzioni temporali mantiene integra la matrice da cui proviene l’impegno dei cattolici nella politica e questa si richiama direttamente alla dottrina morale e sociale cristiana. È su questo insegnamento che i laici cattolici sono tenuti a confrontarsi sempre per poter avere certezza che la propria partecipazione alla vita politica sia segnata da una coerente responsabilità per le realtà temporali.

La Chiesa è consapevole che la via della democrazia se, da una parte, esprime al meglio la partecipazione diretta dei cittadini alle scelte politiche, dall’altra si rende possibile solo nella misura in cui trova alla sua base una retta concezione della persona.[17] Su questo principio l’impegno dei cattolici non può cedere a compromesso alcuno, perché altrimenti verrebbero meno la testimonianza della fede cristiana nel mondo e la unità e coerenza interiori dei fedeli stessi. La struttura democratica su cui uno Stato moderno intende costruirsi sarebbe alquanto fragile se non ponesse come suo fondamento la centralità della persona.

È il rispetto della persona, peraltro, a rendere possibile la partecipazione democratica. Come insegna il Concilio Vaticano II, la tutela «dei diritti della persona umana è condizione perché i cittadini, individualmente o in gruppo, possano partecipare attivamente alla vita e al governo della cosa pubblica».[18]

4. A partire da qui si estende la complessa rete di problematiche attuali che non hanno avuto confronti con le tematiche dei secoli passati. La conquista scientifica, infatti, ha permesso di raggiungere obiettivi che scuotono la coscienza e impongono di trovare soluzioni capaci di rispettare in maniera coerente e solida i principi etici. Si assiste invece a tentativi legislativi che, incuranti delle conseguenze che derivano per l’esistenza e l’avvenire dei popoli nella formazione della cultura e dei comportamenti sociali, intendono frantumare l’intangibilità della vita umana.

I cattolici, in questo frangente, hanno il diritto e il dovere di intervenire per richiamare al senso più profondo della vita e alla responsabilità che tutti possiedono dinanzi ad essa.

Giovanni Paolo II, continuando il costante insegnamento della Chiesa, ha più volte ribadito che quanti sono impegnati direttamente nelle rappresentanze legislative hanno il «preciso obbligo di opporsi» ad ogni legge che risulti un attentato alla vita umana.

Per essi, come per ogni cattolico, vige l’impossibilità di partecipare a campagne di opinione in favore di simili leggi né ad alcuno è consentito dare ad esse il suo appoggio con il proprio voto.[19] Ciò non impedisce, come ha insegnato Giovanni Paolo II nella Lettera Enciclica Evangelium vitae a proposito del caso in cui non fosse possibile scongiurare o abrogare completamente una legge abortista già in vigore o messa al voto, che «un parlamentare, la cui personale assoluta opposizione all’aborto fosse chiara e a tutti nota, potrebbe lecitamente offrire il proprio sostegno a proposte mirate a limitare i danni di una tale legge e a diminuirne gli effetti negativi sul piano della cultura e della moralità pubblica».[20]

In questo contesto, è necessario aggiungere che la coscienza cristiana ben formata non permette a nessuno di favorire con il proprio voto l’attuazione di un programma politico o di una singola legge in cui i contenuti fondamentali della fede e della morale siano sovvertiti dalla presentazione di proposte alternative o contrarie a tali contenuti.

Poiché la fede costituisce come un’unità inscindibile, non è logico l’isolamento di uno solo dei suoi contenuti a scapito della totalità della dottrina cattolica. L’impegno politico per un aspetto isolato della dottrina sociale della Chiesa non è sufficiente ad esaurire la responsabilità per il bene comune. Né il cattolico può pensare di delegare ad altri l’impegno che gli proviene dal vangelo di Gesù Cristo perché la verità sull’uomo e sul mondo possa essere annunciata e raggiunta.

Quando l’azione politica viene a confrontarsi con principi morali che non ammettono deroghe, eccezioni o compromesso alcuno, allora l’impegno dei cattolici si fa più evidente e carico di responsabilità. Dinanzi a queste esigenze etiche fondamentali e irrinunciabili, infatti, i credenti devono sapere che è in gioco l’essenza dell’ordine morale, che riguarda il bene integrale della persona. E’ questo il caso delle leggi civili in materia di aborto e di eutanasia (da non confondersi con la rinuncia all’accanimento terapeutico, la quale è, anche moralmente, legittima), che devono tutelare il diritto primario alla vita a partire dal suo concepimento fino al suo termine naturale. Allo stesso modo occorre ribadire il dovere di rispettare e proteggere i diritti dell’embrione umano. Analogamente, devono essere salvaguardate la tutela e la promozione della famiglia, fondata sul matrimonio monogamico tra persone di sesso diverso e protetta nella sua unità e stabilità, a fronte delle moderne leggi sul divorzio: ad essa non possono essere giuridicamente equiparate in alcun modo altre forme di convivenza, né queste possono ricevere in quanto tali un riconoscimento legale. Così pure la garanzia della libertà di educazione ai genitori per i propri figli è un diritto inalienabile, riconosciuto tra l’altro nelle Dichiarazioni internazionali dei diritti umani. Alla stessa stregua, si deve pensare alla tutela sociale dei minori e alla liberazione delle vittime dalle moderne forme di schiavitù (si pensi ad esempio, alla droga e allo sfruttamento della prostituzione). Non può essere esente da questo elenco il diritto alla libertà religiosa e lo sviluppo per un’economia che sia al servizio della persona e del bene comune, nel rispetto della giustizia sociale, del principio di solidarietà umana e di quello di sussidiarietà, secondo il quale «i diritti delle persone, delle famiglie e dei gruppi, e il loro esercizio devono essere riconosciuti».[21] Come non vedere, infine, in questa esemplificazione il grande tema della pace. Una visione irenica e ideologica tende, a volte, a secolarizzare il valore della pace mentre, in altri casi, si cede a un sommario giudizio etico dimenticando la complessità delle ragioni in questione. La pace è sempre «frutto della giustizia ed effetto della carità»;[22] esige il rifiuto radicale e assoluto della violenza e del terrorismo e richiede un impegno costante e vigile da parte di chi ha la responsabilità politica.

III. Principi della dottrina cattolica su laicità e pluralismo    

5. Di fronte a queste problematiche, se è lecito pensare all’utilizzo di una pluralità di metodologie, che rispecchiano sensibilità e culture differenti, nessun fedele tuttavia può appellarsi al principio del pluralismo e dell’autonomia dei laici in politica, favorendo soluzioni che compromettano o che attenuino la salvaguardia delle esigenze etiche fondamentali per il bene comune della società. Non si tratta di per sé di «valori confessionali», poiché tali esigenze etiche sono radicate nell’essere umano e appartengono alla legge morale naturale. Esse non esigono in chi le difende la professione di fede cristiana, anche se la dottrina della Chiesa le conferma e le tutela sempre e dovunque come servizio disinteressato alla verità sull’uomo e al bene comune delle società civili. D’altronde, non si può negare che la politica debba anche riferirsi a principi che sono dotati di valore assoluto proprio perché sono al servizio della dignità della persona e del vero progresso umano.

6. Il richiamo che spesso viene fatto in riferimento alla “laicità” che dovrebbe guidare l’impegno dei cattolici, richiede una chiarificazione non solo terminologica. La promozione secondo coscienza del bene comune della società politica nulla ha a che vedere con il “confessionalismo” o l’intolleranza religiosa. Per la dottrina morale cattolica la laicità intesa come autonomia della sfera civile e politica da quella religiosa ed ecclesiastica – ma non da quella morale – è un valore acquisito e riconosciuto dalla Chiesa e appartiene al patrimonio di civiltà che è stato raggiunto.[23] Giovanni Paolo II ha più volte messo in guardia contro i pericoli derivanti da qualsiasi confusione tra la sfera religiosa e la sfera politica. «Assai delicate sono le situazioni in cui una norma specificamente religiosa diventa, o tende a diventare, legge dello Stato, senza che si tenga in debito conto la distinzione tra le competenze della religione e quelle della società politica. Identificare la legge religiosa con quella civile può effettivamente soffocare la libertà religiosa e, persino, limitare o negare altri inalienabili diritti umani».[24] Tutti i fedeli sono ben consapevoli che gli atti specificamente religiosi (professione della fede, adempimento degli atti di culto e dei Sacramenti, dottrine teologiche, comunicazioni reciproche tra le autorità religiose e i fedeli, ecc.) restano fuori dalle competenze dello Stato, il quale né deve intromettersi né può in modo alcuno esigerli o impedirli, salve esigenze fondate di ordine pubblico. Il riconoscimento dei diritti civili e politici e l’erogazione dei pubblici servizi non possono restare condizionati a convinzioni o prestazioni di natura religiosa da parte dei cittadini.

Questione completamente diversa è il diritto-dovere dei cittadini cattolici, come di tutti gli altri cittadini, di cercare sinceramente la verità e di promuovere e difendere con mezzi leciti le verità morali riguardanti la vita sociale, la giustizia, la libertà, il rispetto della vita e degli altri diritti della persona. Il fatto che alcune di queste verità siano anche insegnate dalla Chiesa non diminuisce la legittimità civile e la “laicità” dell’impegno di coloro che in esse si riconoscono, indipendentemente dal ruolo che la ricerca razionale e la conferma procedente dalla fede abbiano svolto nel loro riconoscimento da parte di ogni singolo cittadino. La “laicità”, infatti, indica in primo luogo l’atteggiamento di chi rispetta le verità che scaturiscono dalla conoscenza naturale sull’uomo che vive in società, anche se tali verità siano nello stesso tempo insegnate da una religione specifica, poiché la verità è una. Sarebbe un errore confondere la giusta autonomia che i cattolici in politica debbono assumere con la rivendicazione di un principio che prescinde dall’insegnamento morale e sociale della Chiesa.

Con il suo intervento in questo ambito, il Magistero della Chiesa non vuole esercitare un potere politico né eliminare la libertà d’opinione dei cattolici su questioni contingenti. Esso intende invece — come è suo proprio compito — istruire e illuminare la coscienza dei fedeli, soprattutto di quanti si dedicano all’impegno nella vita politica, perché il loro agire sia sempre al servizio della promozione integrale della persona e del bene comune. L’insegnamento sociale della Chiesa non è un’intromissione nel governo dei singoli Paesi. Pone certamente un dovere morale di coerenza per i fedeli laici, interiore alla loro coscienza, che è unica e unitaria. «Nella loro esistenza non possono esserci due vite parallele: da una parte, la vita cosiddetta “spirituale”, con i suoi valori e con le sue esigenze; e dall’altra, la vita cosiddetta “secolare”, ossia la vita di famiglia, di lavoro, dei rapporti sociali, dell’impegno politico e della cultura. Il tralcio, radicato nella vite che è Cristo, porta i suoi frutti in ogni settore dell’attività e dell’esistenza. Infatti, tutti i vari campi della vita laicale rientrano nel disegno di Dio, che li vuole come “luogo storico” del rivelarsi e del realizzarsi dell’amore di Gesù Cristo a gloria del Padre e a servizio dei fratelli. Ogni attività, ogni situazione, ogni impegno concreto — come, ad esempio, la competenza e la solidarietà nel lavoro, l’amore e la dedizione nella famiglia e nell’educazione dei figli, il servizio sociale e politico, la proposta della verità nell’ambito della cultura — sono occasioni provvidenziali per un “continuo esercizio della fede, della speranza e della carità”».[25] Vivere ed agire politicamente in conformità alla propria coscienza non è un succube adagiarsi su posizioni estranee all’impegno politico o su una forma di confessionalismo, ma l’espressione con cui i cristiani offrono il loro coerente apporto perché attraverso la politica si instauri un ordinamento sociale più giusto e coerente con la dignità della persona umana.

Nelle società democratiche tutte le proposte sono discusse e vagliate liberamente. Coloro che in nome del rispetto della coscienza individuale volessero vedere nel dovere morale dei cristiani di essere coerenti con la propria coscienza un segno per squalificarli politicamente, negando loro la legittimità di agire in politica coerentemente alle proprie convinzioni riguardanti il bene comune, incorrerebbero in una forma di intollerante laicismo. In questa prospettiva, infatti, si vuole negare non solo ogni rilevanza politica e culturale della fede cristiana, ma perfino la stessa possibilità di un’etica naturale. Se così fosse, si aprirebbe la strada ad un’anarchia morale che non potrebbe mai identificarsi con nessuna forma di legittimo pluralismo. La sopraffazione del più forte sul debole sarebbe la conseguenza ovvia di questa impostazione. La marginalizzazione del Cristianesimo, d’altronde, non potrebbe giovare al futuro progettuale di una società e alla concordia tra i popoli, ed anzi insidierebbe gli stessi fondamenti spirituali e culturali della civiltà.[26]

IV. Considerazioni su aspetti particolari    

7. È avvenuto in recenti circostanze che anche all’interno di alcune associazioni o organizzazioni di ispirazione cattolica, siano emersi orientamenti a sostegno di forze e movimenti politici che su questioni etiche fondamentali hanno espresso posizioni contrarie all’insegnamento morale e sociale della Chiesa.

Tali scelte e condivisioni, essendo in contraddizione con principi basilari della coscienza cristiana, non sono compatibili con l’appartenenza ad associazioni o organizzazioni che si definiscono cattoliche. Analogamente, è da rilevare che alcune Riviste e Periodici cattolici in certi Paesi hanno orientato i lettori in occasione di scelte politiche in maniera ambigua e incoerente, equivocando sul senso dell’autonomia dei cattolici in politica e senza tenere in considerazione i principi a cui si è fatto riferimento.

La fede in Gesù Cristo che ha definito se stesso «la via, la verità e la vita» (Gv 14,6) chiede ai cristiani lo sforzo per inoltrarsi con maggior impegno nella costruzione di una cultura che, ispirata al Vangelo, riproponga il patrimonio di valori e contenuti della Tradizione cattolica. La necessità di presentare in termini culturali moderni il frutto dell’eredità spirituale, intellettuale e morale del cattolicesimo appare oggi carico di un’urgenza non procrastinabile, anche per evitare il rischio di una diaspora culturale dei cattolici. Del resto lo spessore culturale raggiunto e la matura esperienza di impegno politico che i cattolici in diversi paesi hanno saputo sviluppare, specialmente nei decenni posteriori alla seconda guerra mondiale, non possono porli in alcun complesso di inferiorità nei confronti di altre proposte che la storia recente ha mostrato deboli o radicalmente fallimentari. È insufficiente e riduttivo pensare che l’impegno sociale dei cattolici possa limitarsi a una semplice trasformazione delle strutture, perché se alla base non vi è una cultura in grado di accogliere, giustificare e progettare le istanze che derivano dalla fede e dalla morale, le trasformazioni poggeranno sempre su fragili fondamenta.

La fede non ha mai preteso di imbrigliare in un rigido schema i contenuti socio-politici, consapevole che la dimensione storica in cui l’uomo vive impone di verificare la presenza di situazioni non perfette e spesso rapidamente mutevoli. Sotto questo aspetto sono da respingere quelle posizioni politiche e quei comportamenti che si ispirano a una visione utopistica la quale, capovolgendo la tradizione della fede biblica in una specie di profetismo senza Dio, strumentalizza il messaggio religioso, indirizzando la coscienza verso una speranza solo terrena che annulla o ridimensiona la tensione cristiana verso la vita eterna.

Nello stesso tempo, la Chiesa insegna che non esiste autentica libertà senza la verità. «Verità e libertà o si coniugano insieme o insieme miseramente periscono», ha scritto Giovanni Paolo II.[27] In una società dove la verità non viene prospettata e non si cerca di raggiungerla, viene debilitata anche ogni forma di esercizio autentico di libertà, aprendo la via ad un libertinismo e individualismo, dannosi alla tutela del bene della persona e della società intera.

8. A questo proposito è bene ricordare una verità che non sempre oggi viene percepita o formulata esattamente nell’opinione pubblica corrente: il diritto alla libertà di coscienza e in special modo alla libertà religiosa, proclamato dalla Dichiarazione Dignitatis humanae del Concilio Vaticano II, si fonda sulla dignità ontologica della persona umana, e in nessun modo su di una inesistente uguaglianza tra le religioni e tra i sistemi culturali umani.[28] In questa linea il Papa Paolo VI ha affermato che «il Concilio, in nessun modo, fonda questo diritto alla libertà religiosa sul fatto che tutte le religioni, e tutte le dottrine, anche erronee, avrebbero un valore più o meno uguale; lo fonda invece sulla dignità della persona umana, la quale esige di non essere sottoposta a costrizioni esteriori che tendono ad opprimere la coscienza nella ricerca della vera religione e nell’adesione ad essa».[29] L’affermazione della libertà di coscienza e della libertà religiosa non contraddice quindi affatto la condanna dell’indifferentismo e del relativismo religioso da parte della dottrina cattolica,[30] anzi con essa è pienamente coerente.

V. Conclusione  

9. Gli orientamenti contenuti nella presenta Nota intendono illuminare uno dei più importanti aspetti dell’unità di vita del cristiano: la coerenza tra fede e vita, tra vangelo e cultura, richiamata dal Concilio Vaticano II. Esso esorta i fedeli a «compiere fedelmente i propri doveri terreni, facendosi guidare dallo spirito del vangelo. Sbagliano coloro che, sapendo che qui noi non abbiamo una cittadinanza stabile ma che cerchiamo quella futura, pensano di poter per questo trascurare i propri doveri terreni, e non riflettono che invece proprio la fede li obbliga ancora di più a compierli, secondo la vocazione di ciascuno». Siano desiderosi i fedeli «di poter esplicare tutte le loro attività terrene, unificando gli sforzi umani, domestici, professionali, scientifici e tecnici in una sola sintesi vitale insieme con i beni religiosi, sotto la cui altissima direzione tutto viene coordinato a gloria di Dio».[31]

Il Sommo Pontefice Giovanni Paolo II nell’Udienza del 21 novembre 2002 ha approvato la presente Nota, decisa nella Sessione Ordinaria di questa Congregazione, e ne ha ordinato la pubblicazione.

Roma, dalla sede della Congregazione per la Dottrina della Fede, il 24 novembre 2002, Solennità di N.S. Gesù Cristo Re dell’Universo.

X JOSEPH CARD. RATZINGER
Prefetto 

X TARCISIO BERTONE, S.D.B.
Arcivescovo emerito di Vercelli
Segretario


[1] LETTERA A DIOGNETO, 5, 5. Cfr. anche Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2240.

[2] GIOVANNI PAOLO II, Lett. Apost. Motu Proprio data per la proclamazione di San Tommaso Moro Patrono dei Governanti e dei Politici, n. 1, AAS 93 (2001) 76-80.

[3] Ibid, n. 4.

[4] Cfr. CONCILIO VATICANO II, Cost. Past. Gaudium et spes, n. 31; Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1915.

[5] Cfr. CONCILIO VATICANO II, Cost. Past. Gaudium et spes, n. 75.

[6] GIOVANNI PAOLO II, Esort. Apost. Christifideles laici, n. 42, AAS 81 (1989) 393-521. Questa nota dottrinale si riferisce ovviamente all’impegno politico dei fedeli laici. I Pastori hanno il diritto e il dovere di proporre i principi morali anche sull’ordine sociale; “tuttavia, la partecipazione attiva nei partiti politici è riservata ai laici” (GIOVANNI PAOLO II, Esort. Apost. Christifideles laici, n. 60). Cfr. anche CONGREGAZIONE PER IL CLERO, Direttorio per il ministero e la vita dei presbiteri, 31-III-1994, n. 33.

[7] CONCILIO VATICANO II, Cost. Past. Gaudium et spes, n. 76.

[8] Cfr. ibid, n. 36.

[9] Cfr. CONCILIO VATICANO II, Decr. Apostolicam actuositatem, n. 7; Cost. Dogm. Lumen gentium, n. 36 e Cost. Past. Gaudium et spes, nn. 31 e 43.

[10] GIOVANNI PAOLO II, Esort. Apost. Christifideles laici, n. 42.

[11] Negli ultimi due secoli, più volte il Magistero pontificio si è occupato delle principali questioni riguardanti l’ordine sociale e politico. Cfr. LEONE XIII, Lett. Enc. Diuturnum illud, ASS 14 (1881/82) 4ss; Lett. Enc. Immortale Dei, ASS 18 (1885/86) 162ss; Lett. Enc. Libertas praestantissimum, ASS 20 (1887/88) 593ss; Lett. Enc. Rerum novarum, ASS 23 (1890/91) 643ss; BENEDETTO XV, Lett. Enc. Pacem Dei munus pulcherrimum, AAS 12 (1920) 209ss; PIO XI, Lett. Enc. Quadragesimo anno, AAS 23 (1931) 190ss; Lett. Enc. Mit brennender Sorge, AAS 29 (1937) 145-167; Lett. Enc. Divini Redemptoris, AAS 29 (1937) 78ss; PIO XII, Lett. Enc. Summi Pontificatus, AAS 31 (1939) 423ss; Radiomessaggi natalizi 1941-1944; GIOVANNI XXIII, Lett. Enc. Mater et magistra, AAS 53 (1961) 401-464; Lett. Enc. Pacem in terris AAS 55 (1963) 257-304; PAOLO VI, Lett. Enc. Populorum progressio, AAS 59 (1967) 257-299; Lett. Apost. Octogesima adveniens, AAS 63 (1971) 401-441.

[12] Cfr. GIOVANNI PAOLO II, Lett. Enc. Centesimus annus, n. 46, AAS 83 (1991) 793-867; Lett. Enc. Veritatis splendor, n. 101, AAS 85 (1993) 1133-1228; Discorso al Parlamento Italiano in seduta pubblica comune, n. 5, in: L’Osservatore Romano, 15-XI-2002.

[13] Cfr. GIOVANNI PAOLO II, Lett. Enc. Evangelium vitae, n. 22, AAS 87 (1995) 401-522.

[14] Cfr. CONCILIO VATICANO II, Cost. Past. Gaudium et spes, n. 76.

[15] Ibid, n. 75.

[16] Cfr. ibid, nn. 43 e 75.

[17] Cfr. ibid, n. 25.

[18] CONCILIO VATICANO II, Cost. Past. Gaudium et spes, n. 73.

[19] Cfr. GIOVANNI PAOLO II, Lett. Enc. Evangelium vitae, n. 73.

[20] Ibid.

[21] CONCILIO VATICANO II, Cost. Past. Gaudium et spes, n. 75.

[22] Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2304.

[23] Cfr. CONCILIO VATICANO II, Cost. Past. Gaudium et spes, n. 76.

[24] GIOVANNI PAOLO II, Messaggio per la celebrazione della Giornata Mondiale della Pace 1991: “Se vuoi la pace, rispetta la coscienza di ogni uomo”, IV, AAS 83 (1991) 410-421.

[25] GIOVANNI PAOLO II, Esort. Apost. Christifideles laici, n. 59. La citazione interna è del Concilio Vaticano II, Decreto Apostolicam actuositatem, n. 4.

[26] Cfr. GIOVANNI PAOLO II, Discorso al Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede, in: L’Osservatore Romano, 11/I/2002.

[27] GIOVANNI PAOLO II, Lett. Enc. Fides et ratio, n. 90, AAS 91 (1999) 5-88.

[28] Cfr. CONCILIO VATICANO II, Dich. Dignitatis humanae, n. 1: “Il Sacro Concilio anzitutto professa che Dio stesso ha fatto conoscere al genere umano la via, attraverso la quale gli uomini, servendolo, possono in Cristo divenire salvi e beati. Crediamo che questa unica vera religione sussista nella Chiesa cattolica”. Ciò non toglie che la Chiesa consideri con sincero rispetto le varie tradizioni religiose, anzi riconosce presenti in esse “elementi di verità e di bontà”. Cfr. CONCILIO VATICANO II, Cost. Dogm. Lumen gentium, n. 16; Decr. Ad gentes, n. 11; Dich. Nostra aetate, n. 2; GIOVANNI PAOLO II, Lett. Enc. Redemptoris missio, n. 55, AAS 83 (1991) 249-340; CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE, Dich. Dominus Iesus, nn. 2; 8; 21, AAS 92 (2000) 742-765.

[29] PAOLO VI, Discorso al Sacro Collegio e alla Prelatura Romana, in: “Insegnamenti di Paolo VI” 14 (1976), 1088-1089.

[30] Cfr. PIO IX, Lett. Enc. Quanta cura, ASS 3 (1867) 162; LEONE XIII, Lett. Enc. Immortale Dei, ASS 18 (1885) 170-171; PIO XI, Lett. Enc. Quas primas, AAS 17 (1925) 604-605; Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2108; CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE, Dich. Dominus Iesus, n. 22.

[31]CONCILIO VATICANO II, Cost. Past. Gaudium et spes, n. 43. Cfr. anche GIOVANNI PAOLO II, Esort. Apost. Christifideles laici, n. 59.

Così come il muratore De Amicis riuscì nella impresa di narrare un intero anno scolastico senza menzionare Natale e le altre feste (e tale romanzo venne diffuso di proposito nelle scuole statali) di recente mi è capitato di ascoltare un programma politico, non breve o stringato ma ampio,  senza nessuna menzione non dico a Dio –che è il nostro Creatore- ma neppure ai valori dello spirito genericamente intesi. Non ci credete? Ed allora leggetevi tutta stà roba qui e poi mi dite che ne pensate:


Dopo le straordinarie suggestioni di Edoardo Nesi, che ci ha ricordato le mille ragioni per cui dobbiamo continuare ad avere speranza nel futuro del nostro paese, potremmo spendere giorni, mesi a discutere sul come e perché ci siamo trovati a questo punto.

Sarebbe una discussione interessante, ma non è per questo che siamo qui. Siamo qui perché siamo convinti che nessuna maledizione condanni l’Italia al declino e alla rassegnazione.

Siamo qui perché vogliamo che il paese reale, i cittadini e le migliaia di eccellenze che costituiscono il nerbo della nostra nazione abbandonino le tribune e riportino l’Italia a giocare in attacco, e a vincere.

Siamo qui perché ciascuno di noi, nel corso di questi vent’anni perduti, ha, almeno una volta, provato vergogna per essere italiano e perché nessuno di noi vuole, mai più, ripeto, mai più provare questo sentimento.

Mai più accetteremo di vedere l’Italia derisa e disonorata.

Mai più proveremo l’umiliazione di essere commissariati o di essere “l’anello debole” in Europa e nel Mondo.

E mai più, quindi, firmeremo deleghe in bianco alla classe politica.

Ma soprattutto mai più consentiremo che la paura del futuro ci paralizzi.

***

C’è fame di Italia nel mondo. Della nostra Italia. Dell’Italia che produce e lavora, dell’Italia che ha sempre accetto le sfide, dell’Italia che con il suo patrimonio monumentale e paesaggistico e la sua cultura ha costruito la modernità. Dell’Italia fatta di milioni di uomini e donne che mandano avanti il paese, nonostante tutto, ogni giorno.

Siamo qui perché vogliamo che inizi finalmente un capitolo nuovo della nostra vita civile e democratica che metta al centro questa Italia, l’Italia che rema.

Dobbiamo aprire la strada verso la terza Repubblica.

Lavoro, Impresa, Cultura, Giovani e Donne.

Di questo parleremo oggi. Questi sono i pilastri su cui si deve ricostruire l’Italia.

Sostituiamo la retorica dei ristoranti pieni con quella del numero dei brevetti registrati, delle donne e dei giovani occupati, delle imprese costituite, dei turisti e degli studenti stranieri che hanno visitato il nostro paese, dei libri scritti e letti, dei film prodotti e dei monumenti salvati dal degrado.

La premessa perché tutto ciò si realizzi è che si riequilibri il rapporto tra Stato e cittadini. Da qui discendono la maggior parte delle anomalie italiane.

Dobbiamo riportare l’azione dello Stato in un alveo più ristretto perché possa tornare a essere forte e autorevole.

Non è più accettabile avere difficoltà a trovare i soldi per restaurare la fontana di Pompei e Trevi, o piangere dopo l’ennesimo disastro idrogeologico, e contemporaneamente spendere alcuni miliardi di euro per sanare i buchi di quelle amministrazioni locali che hanno costituito centinaia di società inutili e dannose, operato migliaia di assunzioni clientelari e persino finanziato partiti defunti con il nostro denaro.

Anche per questo lo Stato deve fare la sua parte. Ritirandosi dalle tantissime aree di attività, generando intermediazione politica e corruzione, mentre sempre più spesso non è in grado di assicurare risorse per le sue funzioni basilari.

Il patrimonio immobiliare, le partecipazioni nelle aziende pubbliche non strategiche, le municipalizzate trasformate in poltronifici a beneficio dei politici pensionati.

Conferiamo questi beni a un fondo che scambi le proprie quote con titoli del debito pubblico, riducendolo così gradualmente ma con determinazione.

L’unica patrimoniale che dobbiamo introdurre è quella sullo Stato.

Questa non solo è una misura giusta nei confronti degli italiani ai quali si chiedono rinunce senza fine, ma servirebbe anche ad aumentare la concorrenza e a liberare energie per la crescita.

Gli spazi per l’iniziativa privata sono ancora troppo esigui e mal regolamentati. Per aver praticato, e non solo predicato, le liberalizzazioni so bene quante insidie possono nascondersi in settori che oggi sono solo apparentemente aperti alla concorrenza.

Dai trasporti all’energia e dalle professioni ai servizi di pubblica utilità, si forniscono in regime di monopolio prestazioni scadenti e costose. Avere paura della concorrenza vuol dire chiudere la porta allo sviluppo, al merito e all’occupazione.

***

Il fisco è dove più chiaramente emerge la patologia del rapporto tra Stato e cittadini.

Una patologia che è rappresentata da un lato dall’evasione fiscale e dall’altro dagli sprechi della spesa pubblica improduttiva. Ogni contribuente finisce per domandarsi: dove vanno a finire i miei soldi?

Per questo riteniamo indispensabile che insieme al rafforzamento degli strumenti a disposizione dell’Agenzia delle entrate venga reso permanente e più incisivo il processo di spending review, attraverso l’istituzione di un’Agenzia delle uscite il cui primo compito sia quello di pretendere ed ottenere trasparenza sulle spese della pubblica amministrazione.

Senza tagli alla spesa pubblica improduttiva non troveremo le risorse per ripartire.

E su questo voglio essere chiaro perché in passato destra e sinistra hanno spesso affrontato i termini di questa questione solo dalla prospettiva che più faceva comodo per ragioni elettorali.

Dobbiamo affermare il principio che chi occulta il proprio reddito ed evade è un ladro esattamente come chi sperpera i soldi pubblici.

***

La Terza Repubblica dovrà vedere la fine di queste due grandi inciviltà italiane, avendo chiaro però che c’è un punto fermo: per nessuna ragione la pressione fiscale potrà andare oltre i valori odierni, che già sono intollerabili.

Le tasse sono in generale a livelli insostenibili, ma quelle sul lavoro e sulla produzione sono davvero fuori da qualsiasi parametro di civiltà. Nessun altro paese ha così ostinatamente cercato di allontanare l’attività privata da ciò che crea sviluppo e occupazione. È stato un suicidio incomprensibile.

Come possiamo pensare di poter crescere quando la tassazione complessiva sulle imprese è superiore al 60% e il cuneo fiscale e contributivo è al 43%?

Si taglino tutti gli incentivi a fronte di un abbattimento dell’IRAP. Non ci interessa se stiamo parlando di un euro, un miliardo o dieci miliardi. Si agisca subito. Il rischio deindustrializzazione del paese è più che concreto.

Occorre sostituire alla retorica sulla politica industriale, che spesso genera mostri come la vicenda Alcoa, una seria politica dei fattori che condizionano la produzione e il lavoro.

Costo dell’energia, burocrazia, contratti che premino la produttività, minore tassazione sul lavoro e sulle imprese, un welfare moderno orientato alla crescita sono questi gli obiettivi strutturali da perseguire.

Artigiani, piccole imprese, professionisti sono l’ossatura produttiva del paese, che rischiamo di distruggere. Più delle grandi aziende queste realtà vengono colpite dalla burocrazia.

La riforma profonda della pubblica amministrazione, sino ad oggi paralizzata non solo dalla politica, ma dalla lobby degli alti burocrati statali, è la priorità per far ripartire l’economia.

Per questo abbiamo proposto che in occasione dell’introduzione di nuove procedure burocratiche, lo Stato debba valutarne il costo e attribuire alle imprese colpite un credito d’imposta pari al 50% del costo stimato della nuova procedura.

Dopo le mille promesse mancate dobbiamo pretendere poi che l’evasione diventi per davvero il serbatoio da cui attingere per ridurre la pressione fiscale sui contribuenti leali. Anche in questo caso la chiave è la trasparenza nell’azione dello Stato.

È necessario istituire un meccanismo automatico di destinazione dei proventi della lotta all’evasione all’abbattimento delle aliquote fiscali. Ciò servirebbe anche a creare un interesse concreto da parte dei cittadini che pagano le tasse a esigere ricevute e a pretendere un corretto comportamento da parte dei propri fornitori privati.

***

Giovani e donne hanno sopportato più di tutti, questi decenni di bassa crescita. I dati sono drammatici, in particolare al Sud.

Pensiamo che la questione del Mezzogiorno sia oggi fondamentalmente legata, da un lato alla lotta alla criminalità organizzata, ma dall’altro alla distanza che lo separa dal nord Italia e dall’Europa in termini di partecipazione dei giovani e delle donne alla vita, civile ed economica.

Le donne sono diventate l’argine alle inefficienze del nostro sistema di welfare, così come i giovani ne sono diventati gli esclusi. È vero ad Aosta come ad Enna. Ma ad Aosta è ancora l’eccezione mentre ad Enna è la regola, e non da oggi.

Entrambi questi fenomeni rappresentano il segnale di una profonda regressione, non solo materiale, per tutti gli italiani.

Ripensare il sistema di welfare in chiave di crescita e solidarietà, con il contributo indispensabile delle reti di sussidiarietà. Ne parlerà Irene Tinagli nel suo intervento.

***

Tutte queste cose sono più che fattibili. Abbandoniamo l’idea che debito, spesa pubblica, evasione, tasse, crescita siano problemi in qualche modo irrisolvibili.

Mali italici spesso attribuiti allo scarso senso civico degli italiani. È una retorica che respingiamo e che serve solo a nascondere i fallimenti di una classe dirigente, politica e amministrativa.

Il problema non è raddrizzare gli italiani ma far funzionare l’Italia. Dove lo Stato funziona, e non considera i cittadini sudditi, i cittadini rispettano lo Stato e le sue istituzioni.

Per questo la prossima legislatura dovrà necessariamente essere costituente: dal dimezzamento del numero dei parlamentari, al ripensamento delle autonomie locali; dalla legge elettorale ad una stringente regolamentazione dei conflitti di interesse, che sono, non solo in Italia, il vero rischio di degenerazione di ogni società liberale.

Tutta l’architettura del paese andrà ripensata con il coinvolgimento dei cittadini. Quando sento i candidati leader degli attuali partiti raccontare la favola secondo cui riusciranno in questo compito da soli, con l’appoggio esclusivo della loro parte politica, capisco perché la loro credibilità è ai minimi storici.

Vent’anni di questa retorica, a destra e a sinistra, non hanno prodotto le scelte che servono al paese. Coalizioni che sbandierano la loro identità solo durante la campagna elettorale per dividersi il giorno dopo, hanno determinato la paralisi e il declino.

***

Questo movimento civico, il nostro movimento, il vostro movimento, deve porsi l’obiettivo di essere centrale rispetto ai problemi del paese, e non cercare definizioni sulla base di categorie ideologiche che non esistono più.

Già vediamo il riformarsi di alleanze che contengono tutto e il contrario di tutto ma che soprattutto avranno l’effetto di ridare peso e potere di condizionamento alle componenti più ideologiche e populistiche.

L’abbiamo già sperimentato in questi vent’anni. I danni sono stati gravi, ma nel contesto della crisi economica odierna, sarebbero irreparabili.

***

Ci sono dati di fatto che gli italiani conoscono benissimo.
Se non ci sarà una novità sostanziale nell’offerta politica, il risultato delle elezioni potrebbe portare alla guida del paese uno schieramento eterogeneo e confuso.

Una riedizione di Governi i cui Ministri scendevano in piazza contro i provvedimenti varati dal loro Esecutivo.

Una compagine governativa ostaggio di populismi che rifiutano gli impegni internazionali sottoscritti dal nostro paese.

Questi impegni ci hanno posto al riparo dalla tempesta. Rinnegarli implicherebbe, con tutta probabilità, l’avvitamento in una spirale discendente.

Si innescherebbe un percorso fatto di spread più alti e di difficoltà a collocare il debito, ma soprattutto di violenti sussulti nell’organismo di un paese già prostrato da decenni di bassa crescita e da anni di drammatica crisi economica.

A ciò si risponderebbe con un aumento della pressione fiscale che strangolerebbe ogni timido segnale di ripresa. Questi sono fatti con cui tutti ci dobbiamo confrontare oggi, non il giorno dopo le elezioni politiche.

Noi crediamo che non esista alcuna seria alternativa alla creazione un ampio fronte di forze civiche, economiche, associative e politiche per la ricostruzione della nazione.

Un fronte che dovrà saper opporsi a due spinte ugualmente deleterie, e sottrarre così gli italiani ad una alternativa nefasta.

Di qua, la politica all’opera ormai da vent’anni che vuole replicare, a destra e a sinistra, proposte vecchie e fallimentari. Di là, chi ritiene che tutto vada distrutto prima di poter cominciare a costruire.

Abbiamo il dovere civico di dare un’altra possibilità ai tantissimi cittadini italiani, che per sfinimento, per aver assistito a ogni tipo di abuso della cosa pubblica, per aver visto depauperare il patrimonio straordinario, umano prima che culturale e produttivo, della nostra nazione, pensano che non ci sia più spazio per un cambiamento costruttivo.

A questi cittadini, i cui sentimenti comprendo benissimo, voglio dire che non c’è più niente da distruggere in questo paese.

Dalla seconda repubblica ereditiamo macerie.

Il futuro di ognuno di noi è legato alle sorti di una comunità che va ben oltre la condivisione di uno spazio fisico. Dobbiamo convincerci che la caduta delle istituzioni è la caduta del vivere civile e che nessuna maledizione ci condanna se sapremo in primo luogo innamorarci di nuovo dell’Italia, di quello che siamo stati nella nostra vicenda storica e di quello che possiamo essere nel nostro immediato futuro.

Questo percorso deve iniziare qui, oggi.

Non c’è più tempo. Il momento delle tattiche e dei personalismi è passato. L’impegno che dobbiamo assumerci, abbandonando le tribune e senza chiedere in cambio posizioni o ricompense, è un impegno per la salvezza dell’Italia.

Nessuno può fare questo in vece nostra. Rinchiudersi nel proprio particulare, limitarsi alla critica, anche costruttiva, fare bene la propria professione, non può più bastare.

Dobbiamo riportare al voto e all’impegno politico milioni di italiani, ricostituendo il patrimonio di speranza e fiducia della nazione.

Oggi iniziamo a costruire un movimento civico, liberale, popolare e riformista che sposti il baricentro della vita pubblica italiana dai populismi distruttivi e dalle false promesse, alla forza e alla ragionevolezza di chi vuole cambiare, radicalmente e profondamente il paese, sapendo però, per averlo direttamente sperimentato in tanti ambiti diversi, quanto pragmatismo e umiltà ci vuole per vincere la sfida del cambiamento.

Solo così potremo voltare pagina e posare le fondamenta della Terza Repubblica.

***

All’indomani delle prossime elezioni politiche dovremo contribuire in maniera determinante alla nascita di un Governo costituente di ricostruzione nazionale.

Un Esecutivo di ampio respiro, credibile e competente, che garantisca il mantenimento degli impegni internazionali, rilanci l’economia e inizi il percorso fondativo della Terza Repubblica.

Un governo che sia in primo luogo sorretto dal movimento civico che vogliamo costituire.

Dobbiamo obbligare, passatemi il termine, i principali partiti che saranno presenti nel prossimo Parlamento a confrontarsi con la realtà della situazione italiana, chiudendo definitivamente una stagione inutile e conflittuale: trasformando l’idea dominante nella seconda repubblica dell’”anti”, nel lavoro costruttivo del “post”.

Nei diversi schieramenti politici sono tante le persone che condividono questo ragionamento. Occorre dargli sicurezza perché vengano allo scoperto.

Abbiamo visto i segnali di questo percorso nell’esperienza del Governo Monti, in particolare nel ruolo determinante giocato dal Presidente del Consiglio nel restituire credibilità e forza all’Italia nella sua dimensione europea ed internazionale.

Il 16 novembre di un anno fa Mario Monti giurava nelle mani del Presidente della Repubblica, a cui vogliamo rivolgere anche da qui un saluto e un ringraziamento per la saggezza e l’equilibrio con cui ha guidato un passaggio difficilissimo della nostra storia repubblicana.

Ecco, da quei giorni è trascorso solo un anno. In soli dodici mesi le novità che sono state introdotte nella nostra vita pubblica sono cariche di un positivo valore di discontinuità rispetto a una vecchia politica di cui gli italiani erano e rimangono disgustati.

Eppure dodici mesi non sono stati sufficienti per realizzare tutte quelle riforme profonde di cui la nazione ha bisogno. La mancanza di un sostegno convinto di una parte del Parlamento è stato un fattore decisivo. Dopo una prima fase in cui il senso di responsabilità delle forze politiche è sembrato prevalere, sono iniziati i veti e le contrapposizioni.

Oggi questo processo di regressione è giunto al punto in cui sempre più spesso i partiti politici, non tutti per fortuna, accusano il Governo di essere responsabile dei decennali problemi del paese.

Siamo abituati da anni a sentirli parlare come se fossero arrivati da un altro pianeta. Ma a tutto c’è un limite!

Intendiamoci, questo non vuol dire approvare acriticamente tutto quel che il Governo ha fatto e soprattutto ignorare quello che non è riuscito a fare.

Su tutto però deve fare premio l’idea che la partita italiana dei prossimi anni non si gioca tanto nel cortile di casa ma, in primo luogo, nelle sedi istituzionali europee. Ed è una partita che Mario Monti ha visibilmente dimostrato di saper giocare meglio di altri.

Monti può fare questo lavoro di ricostruzione, in Italia e in Europa, meglio di chiunque altro.

Ammetterlo non è un segno di debolezza ma un’assunzione di responsabilità. Vale per me, che pure ho avuto qualche esperienza di successo nella vita, dovrebbe tanto più valere per chi è in politica da decenni con i risultati che ogni giorno vediamo.

Non chiediamo al Presidente del Consiglio di prendere oggi la leadership di questo movimento politico. Ciò pregiudicherebbe il suo lavoro, e davvero non ce lo possiamo permettere.

Quello che ci proponiamo di fare è dare fondamento democratico ed elettorale al percorso iniziato dal suo Governo perché possa proseguire, rafforzato, nella prossima legislatura.

***

La leadership di questo movimento è rappresentata da tutti noi. Da coloro che ne fanno parte oggi e da coloro che arriveranno domani. Da una classe dirigente ampia, credibile e proveniente da esperienze diverse.

Questa dimensione di “squadra” è l’unica che ho praticato nella mia vita professionale e che riconosco come vincente.

Anche per questo non ho preteso alcun ruolo per impegnarmi in questo progetto. Se avessimo incominciato a dividerci su chi deve essere il leader, invece di costruire contenuti, programmi e classe dirigente, che discontinuità avremmo marcato nei confronti dei vecchi partiti?

Italia Futura ha lavorato, in questi tre anni, partendo da questo presupposto: avvicinare tanti cittadini, ieri alla discussione pubblica, e da domani alla politica attiva; produrre idee e proposte per cambiare il paese; far sentire la voce della società civile, quando la politica era più arrogante e intollerante.

Abbiamo costruito una rete sul territorio con un lavoro difficile e laborioso di moltissime persone che da ogni angolo di Italia sono venute qui oggi, e che voglio di nuovo ringraziare.

Dopo aver avanzato proposte, molte delle quali presentate in Parlamento, abbiamo da qualche giorno offerto alla discussione pubblica, un quadro coerente di idee per la Terza Repubblica.

La nostra rete territoriale e la squadra delle competenze tecniche che abbiamo costruito in questi anni le mettiamo a disposizione di questo progetto per il paese, senza rivendicare alcuna egemonia.

***

È davvero importante per noi aver trovato dei compagni di strada, che, con coraggio, si vogliono esporre per dare vita ad un grande movimento civico e popolare. Altri dovranno venire. Le porte di questo movimento sono non aperte, ma spalancate per chi condivide il percorso e la meta.

Siamo orgogliosi che in questa iniziativa convivano culture e storie diverse. Il mondo dell’associazionismo, del lavoro, dell’impresa e delle professioni. La cultura cattolica popolare e quella laica e riformista. Questi sono i mondi che hanno fatto grande l’Italia quando hanno saputo trovare un percorso comune.

Oggi si rinsalda un’alleanza che può aspirare a rappresentare l’Italia vera e profonda. Un’Italia che è maggioranza nel paese e che deve diventare l’architrave della politica italiana.

Siamo nati per superare i luoghi comuni di questo ventennio. L’idea dell’“uomo solo al comando”. La concezione quasi esclusivamente muscolare della politica. La convinzione che merito e politica siano concetti incompatibili. Idee da rigettare senza esitazioni.

Siamo nati per rompere gli steccati. Quelli vecchi e ideologici che hanno diviso il paese per cinquant’anni, quelli tra chi lavora e chi produce, oggi più che mai legati a filo doppio, quelli tra il nord e il sud di un paese che perderà o vincerà solo unito, quelli generazionali e di genere.

Questo vale anche per la politica. Dobbiamo recuperare e valorizzare chi nella politica, e sono tanti soprattutto sul territorio, ha ben operato.

Lo ripeto, le porte di questo movimento sono aperte per tutte quelle persone, associazioni, liste civiche, movimenti politici che condividono i nostri valori, le nostre idee e soprattutto comprendono la difficoltà della sfida che ci attende.

Con queste forze sane e responsabili della politica noi dobbiamo costruire un percorso di avvicinamento che salvaguardi però il nostro DNA: il rinnovamento nelle idee e nelle persone.

Rispettiamo i percorsi di cambiamento in atto all’interno dei partiti. E se saranno, come spero, percorsi reali, dovremo lavorare insieme.

Ricostruire il paese non è un compito che si può affrontare in splendida solitudine. Tutti dovrebbero esserne consci. Ma bisogna davvero mettersi in gioco, così come stiamo facendo noi che veniamo da altri mondi e professioni.

Questo è un invito e una sfida.

***

Non chiediamo pubbliche gogne o altre pratiche che detestiamo ma, lo dico con chiarezza, non potremmo neanche accettare gattopardismi.

La Terza Repubblica non può nascere all’insegna del tutto cambi perché nulla cambi.

Abbiamo un’idea precisa dell’Italia che vogliamo. Per questa idea siamo pronti a impegnarci senza riserve. Sapendo che il nostro lavoro è difficilissimo eppure indispensabile.

Le elezioni del 2013 saranno l’appuntamento più importante per questo paese da quelle del 1948. Nessuno potrà chiamarsi fuori.

Voltare pagina si può. Nessuna maledizione ci condanna se non saremo noi stessi a volerlo. Mettiamoci al lavoro.

Luca di Montezemolo

Presidente di Italia Futura

 

CASINI E AZZURRA CALTAGIRONE.JPGForse passerò i guai per quello che sto per dire e scrivere ma mi sentirei di commettere una omissione se non lo facessi. Sono seduto al computer con la radio accesa, per la precisione l’emittente che sto ascoltando è Radio 24 – Il Sole 24 Ore. Un giornalista, di cui non conosco il nome, sta conducendo una intervista con Azzurra Caltagirone all’interno di un programma chiamato, mi pare, “Focus economia”. Ebbene, la prima domanda è stata riguardo la nuova veste editoriale de “Il Messaggero” , storica testata romana attualmente di proprietà del Gruppo Caltagirone. Ebbene, la signora Caltagirone ha voluto menzionare, prima ancora di entrare nei dettagli del restyling del quotidiano, quella che a suo avviso resta una grande nota di merito del “Messaggero” e cioè l’essersi schierata in una grande battaglia. Ho provato ad indovinare quale ma non mi sovveniva nulla ma ci ha pensato la signora Caltagirone ha specificare quale è stato il merito storico del giornale: essersi schierato decisamente a favore dell’aborto, anzi a favore della libertà di scelta da parte della donna di interrompere una gravidanza o meno.

Giuro che son rimasto malissimo: non conoscevo e non conosco questa persona, salvo quei pochi, pochissimi,  dati biografici. Ma indipendentemente dal suo ruolo nella finanza e nella editoria italiana per me sentire che una persona parla dell’aborto come una conquista di civiltà verso la piena emancipazione della donna ci soffro tanto. Viene facile, volendo fare speculazione politica,ricordare che la signora è moglie di Pierferdinando Casini, uomo politico che si presenta, da decenni, come riferimento del mondo cattolico. E, in effetti, molti dei voti dell’UDC –il partito di cui è il leader- provengono da elettori cattolici. Ed allora a costoro io chiedo: sapevate che la signora Caltagirone ha questa visione dell’aborto? Ed al signor Casini vorrei dire: “ma ella la pensa come la signora Caltagirone riguardo l’aborto?”.

 

 

NOTA DOTTRINALE circa alcune questioni riguardanti l’impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica … Offriamo, a beneficio di tutti, il Testo della “NOTA DOTTRINALE circa alcune questioni riguardanti  l’impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica” che è  senza dubbio il Documento più importante del Magistero per quanto riguardo l’impegno (a vari livelli: da “semplice” elettore” a governante) di un cattolico nella sfera politica.

Detto Documento, redatto dalla Congregazione per la Dotttrina della Fede (e quindi con valore universale, non solo per alcuni Stati ma per tutto il pianeta) è purtroppo poco conosciuto. Eppure trattasi di un testo non lungo e di una straordinaria attualità ed utilità. Lo pubblichimo, in forma integrale e con relative note, acchè tutti i lettori possano prenderne visione:

 

CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE

NOTA DOTTRINALE
circa alcune questioni riguardanti
l’impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica

La Congregazione per la Dottrina della Fede, sentito anche il parere del Pontificio Consiglio per i Laici, ha ritenuto opportuno pubblicare la presente “Nota dottrinale circa alcune questioni riguardanti l’impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica”. La Nota è indirizzata ai Vescovi della Chiesa Cattolica e, in special modo, ai politici cattolici e a tutti i fedeli laici chiamati alla partecipazione della vita pubblica e politica nelle società democratiche.

I. Un insegnamento costante             

1. L’impegno del cristiano nel mondo in duemila anni di storia si è espresso seguendo percorsi diversi. Uno è stato attuato nella partecipazione all’azione politica: i cristiani, affermava uno scrittore ecclesiastico dei primi secoli, «partecipano alla vita pubblica come cittadini».[1] La Chiesa venera tra i suoi Santi numerosi uomini e donne che hanno servito Dio mediante il loro generoso impegno nelle attività politiche e di governo. Tra di essi, S. Tommaso Moro, proclamato Patrono dei Governanti e dei Politici, seppe testimoniare fino al martirio la «dignità inalienabile della coscienza».[2] Pur sottoposto a varie forme di pressione psicologica, rifiutò ogni compromesso, e senza abbandonare «la costante fedeltà all’autorità e alle istituzioni legittime» che lo distinse, affermò con la sua vita e con la sua morte che «l’uomo non si può separare da Dio, né la politica dalla morale».[3]

Le attuali società democratiche, nelle quali lodevolmente tutti sono resi partecipi della gestione della cosa pubblica in un clima di vera libertà,[4] richiedono nuove e più ampie forme di partecipazione alla vita pubblica da parte dei cittadini, cristiani e non cristiani. In effetti, tutti possono contribuire attraverso il voto all’elezione dei legislatori e dei governanti e, anche in altri modi, alla formazione degli orientamenti politici e delle scelte legislative che a loro avviso giovano maggiormente al bene comune.[5] La vita in un sistema politico democratico non potrebbe svolgersi proficuamente senza l’attivo, responsabile e generoso coinvolgimento da parte di tutti, «sia pure con diversità e complementarità di forme, livelli, compiti e responsabilità».[6]

Mediante l’adempimento dei comuni doveri civili, «guidati dalla coscienza cristiana»,[7] in conformità ai valori che con essa sono congruenti, i fedeli laici svolgono anche il compito loro proprio di animare cristianamente l’ordine temporale, rispettandone la natura e la legittima autonomia,[8] e cooperando con gli altri cittadini secondo la specifica competenza e sotto la propria responsabilità.[9] Conseguenza di questo fondamentale insegnamento del Concilio Vaticano II è che «i fedeli laici non possono affatto abdicare alla partecipazione alla “politica”, ossia alla molteplice e varia azione economica, sociale, legislativa, amministrativa e culturale destinata a promuovere organicamente e istituzionalmente il bene comune»,[10] che comprende la promozione e la difesa di beni, quali l’ordine pubblico e la pace, la libertà e l’uguaglianza, il rispetto della vita umana e dell’ambiente, la giustizia, la solidarietà, ecc.

La presente Nota non ha la pretesa di riproporre l’intero insegnamento della Chiesa in materia, riassunto peraltro nelle sue linee essenziali nel Catechismo della Chiesa Cattolica, ma intende soltanto richiamare alcuni principi propri della coscienza cristiana che ispirano l’impegno sociale e politico dei cattolici nelle società democratiche.[11] E ciò perché in questi ultimi tempi, spesso per l’incalzare degli eventi, sono emersi orientamenti ambigui e posizioni discutibili, che rendono opportuna la chiarificazione di aspetti e dimensioni importanti della tematica in questione.

 

II. Alcuni punti nodali nell’attuale dibattito culturale e politico    

2. La società civile si trova oggi all’interno di un complesso processo culturale che mostra la fine di un’epoca e l’incertezza per la nuova che emerge all’orizzonte. Le grandi conquiste di cui si è spettatori provocano a verificare il positivo cammino che l’umanità ha compiuto nel progresso e nell’acquisizione di condizioni di vita più umane. La crescita di responsabilità nei confronti di Paesi ancora in via di sviluppo è certamente un segno di grande rilievo, che mostra la crescente sensibilità per il bene comune. Insieme a questo, comunque, non è possibile sottacere i gravi pericoli a cui alcune tendenze culturali vorrebbero orientare le legislazioni e, di conseguenza, i comportamenti delle future generazioni.

È oggi verificabile un certo relativismo culturale che offre evidenti segni di sé nella teorizzazione e difesa del pluralismo etico che sancisce la decadenza e la dissoluzione della ragione e dei principi della legge morale naturale. A seguito di questa tendenza non è inusuale, purtroppo, riscontrare in dichiarazioni pubbliche affermazioni in cui si sostiene che tale pluralismo etico è la condizione per la democrazia.[12] Avviene così che, da una parte, i cittadini rivendicano per le proprie scelte morali la più completa autonomia mentre, dall’altra, i legislatori ritengono di rispettare tale libertà di scelta formulando leggi che prescindono dai principi dell’etica naturale per rimettersi alla sola condiscendenza verso certi orientamenti culturali o morali transitori,[13] come se tutte le possibili concezioni della vita avessero uguale valore. Nel contempo, invocando ingannevolmente il valore della tolleranza, a una buona parte dei cittadini — e tra questi ai cattolici — si chiede di rinunciare a contribuire alla vita sociale e politica dei propri Paesi secondo la concezione della persona e del bene comune che loro ritengono umanamente vera e giusta, da attuare mediante i mezzi leciti che l’ordinamento giuridico democratico mette ugualmente a disposizione di tutti i membri della comunità politica. La storia del XX secolo basta a dimostrare che la ragione sta dalla parte di quei cittadini che ritengono del tutto falsa la tesi relativista secondo la quale non esiste una norma morale, radicata nella natura stessa dell’essere umano, al cui giudizio si deve sottoporre ogni concezione dell’uomo, del bene comune e dello Stato.

3. Questa concezione relativista del pluralismo nulla ha a che vedere con la legittima libertà dei cittadini cattolici di scegliere, tra le opinioni politiche compatibili con la fede e la legge morale naturale, quella che secondo il proprio criterio meglio si adegua alle esigenze del bene comune. La libertà politica non è né può essere fondata sull’idea relativista che tutte le concezioni sul bene dell’uomo hanno la stessa verità e lo stesso valore, ma sul fatto che le attività politiche mirano volta per volta alla realizzazione estremamente concreta del vero bene umano e sociale in un contesto storico, geografico, economico, tecnologico e culturale ben determinato. Dalla concretezza della realizzazione e dalla diversità delle circostanze scaturisce generalmente la pluralità di orientamenti e di soluzioni che debbono però essere moralmente accettabili. Non è compito della Chiesa formulare soluzioni concrete — e meno ancora soluzioni uniche — per questioni temporali che Dio ha lasciato al libero e responsabile giudizio di ciascuno, anche se è suo diritto e dovere pronunciare giudizi morali su realtà temporali quando ciò sia richiesto dalla fede o dalla legge morale.[14] Se il cristiano è tenuto ad «ammettere la legittima molteplicità e diversità delle opzioni temporali»,[15] egli è ugualmente chiamato a dissentire da una concezione del pluralismo in chiave di relativismo morale, nociva per la stessa vita democratica, la quale ha bisogno di fondamenti veri e solidi, vale a dire, di principi etici che per la loro natura e per il loro ruolo di fondamento della vita sociale non sono “negoziabili”.

Sul piano della militanza politica concreta, occorre notare che il carattere contingente di alcune scelte in materia sociale, il fatto che spesso siano moralmente possibili diverse strategie per realizzare o garantire uno stesso valore sostanziale di fondo, la possibilità di interpretare in maniera diversa alcuni principi basilari della teoria politica, nonché la complessità tecnica di buona parte dei problemi politici, spiegano il fatto che generalmente vi possa essere una pluralità di partiti all’interno dei quali i cattolici possono scegliere di militare per esercitare — particolarmente attraverso la rappresentanza parlamentare — il loro diritto-dovere nella costruzione della vita civile del loro Paese.[16] Questa ovvia constatazione non può essere confusa però con un indistinto pluralismo nella scelta dei principi morali e dei valori sostanziali a cui si fa riferimento. La legittima pluralità di opzioni temporali mantiene integra la matrice da cui proviene l’impegno dei cattolici nella politica e questa si richiama direttamente alla dottrina morale e sociale cristiana. È su questo insegnamento che i laici cattolici sono tenuti a confrontarsi sempre per poter avere certezza che la propria partecipazione alla vita politica sia segnata da una coerente responsabilità per le realtà temporali.

La Chiesa è consapevole che la via della democrazia se, da una parte, esprime al meglio la partecipazione diretta dei cittadini alle scelte politiche, dall’altra si rende possibile solo nella misura in cui trova alla sua base una retta concezione della persona.[17] Su questo principio l’impegno dei cattolici non può cedere a compromesso alcuno, perché altrimenti verrebbero meno la testimonianza della fede cristiana nel mondo e la unità e coerenza interiori dei fedeli stessi. La struttura democratica su cui uno Stato moderno intende costruirsi sarebbe alquanto fragile se non ponesse come suo fondamento la centralità della persona. È il rispetto della persona, peraltro, a rendere possibile la partecipazione democratica. Come insegna il Concilio Vaticano II, la tutela «dei diritti della persona umana è condizione perché i cittadini, individualmente o in gruppo, possano partecipare attivamente alla vita e al governo della cosa pubblica».[18]

4. A partire da qui si estende la complessa rete di problematiche attuali che non hanno avuto confronti con le tematiche dei secoli passati. La conquista scientifica, infatti, ha permesso di raggiungere obiettivi che scuotono la coscienza e impongono di trovare soluzioni capaci di rispettare in maniera coerente e solida i principi etici. Si assiste invece a tentativi legislativi che, incuranti delle conseguenze che derivano per l’esistenza e l’avvenire dei popoli nella formazione della cultura e dei comportamenti sociali, intendono frantumare l’intangibilità della vita umana. I cattolici, in questo frangente, hanno il diritto e il dovere di intervenire per richiamare al senso più profondo della vita e alla responsabilità che tutti possiedono dinanzi ad essa. Giovanni Paolo II, continuando il costante insegnamento della Chiesa, ha più volte ribadito che quanti sono impegnati direttamente nelle rappresentanze legislative hanno il «preciso obbligo di opporsi» ad ogni legge che risulti un attentato alla vita umana. Per essi, come per ogni cattolico, vige l’impossibilità di partecipare a campagne di opinione in favore di simili leggi né ad alcuno è consentito dare ad esse il suo appoggio con il proprio voto.[19] Ciò non impedisce, come ha insegnato Giovanni Paolo II nella Lettera Enciclica Evangelium vitae a proposito del caso in cui non fosse possibile scongiurare o abrogare completamente una legge abortista già in vigore o messa al voto, che «un parlamentare, la cui personale assoluta opposizione all’aborto fosse chiara e a tutti nota, potrebbe lecitamente offrire il proprio sostegno a proposte mirate a limitare i danni di una tale legge e a diminuirne gli effetti negativi sul piano della cultura e della moralità pubblica».[20]

In questo contesto, è necessario aggiungere che la coscienza cristiana ben formata non permette a nessuno di favorire con il proprio voto l’attuazione di un programma politico o di una singola legge in cui i contenuti fondamentali della fede e della morale siano sovvertiti dalla presentazione di proposte alternative o contrarie a tali contenuti. Poiché la fede costituisce come un’unità inscindibile, non è logico l’isolamento di uno solo dei suoi contenuti a scapito della totalità della dottrina cattolica. L’impegno politico per un aspetto isolato della dottrina sociale della Chiesa non è sufficiente ad esaurire la responsabilità per il bene comune. Né il cattolico può pensare di delegare ad altri l’impegno che gli proviene dal vangelo di Gesù Cristo perché la verità sull’uomo e sul mondo possa essere annunciata e raggiunta.

Quando l’azione politica viene a confrontarsi con principi morali che non ammettono deroghe, eccezioni o compromesso alcuno, allora l’impegno dei cattolici si fa più evidente e carico di responsabilità. Dinanzi a queste esigenze etiche fondamentali e irrinunciabili, infatti, i credenti devono sapere che è in gioco l’essenza dell’ordine morale, che riguarda il bene integrale della persona. E’ questo il caso delle leggi civili in materia di aborto e di eutanasia (da non confondersi con la rinuncia all’accanimento terapeutico, la quale è, anche moralmente, legittima), che devono tutelare il diritto primario alla vita a partire dal suo concepimento fino al suo termine naturale. Allo stesso modo occorre ribadire il dovere di rispettare e proteggere i diritti dell’embrione umano. Analogamente, devono essere salvaguardate la tutela e la promozione della famiglia, fondata sul matrimonio monogamico tra persone di sesso diverso e protetta nella sua unità e stabilità, a fronte delle moderne leggi sul divorzio: ad essa non possono essere giuridicamente equiparate in alcun modo altre forme di convivenza, né queste possono ricevere in quanto tali un riconoscimento legale. Così pure la garanzia della libertà di educazione ai genitori per i propri figli è un diritto inalienabile, riconosciuto tra l’altro nelle Dichiarazioni internazionali dei diritti umani. Alla stessa stregua, si deve pensare alla tutela sociale dei minori e alla liberazione delle vittime dalle moderne forme di schiavitù (si pensi ad esempio, alla droga e allo sfruttamento della prostituzione). Non può essere esente da questo elenco il diritto alla libertà religiosa e lo sviluppo per un’economia che sia al servizio della persona e del bene comune, nel rispetto della giustizia sociale, del principio di solidarietà umana e di quello di sussidiarietà, secondo il quale «i diritti delle persone, delle famiglie e dei gruppi, e il loro esercizio devono essere riconosciuti».[21] Come non vedere, infine, in questa esemplificazione il grande tema della pace. Una visione irenica e ideologica tende, a volte, a secolarizzare il valore della pace mentre, in altri casi, si cede a un sommario giudizio etico dimenticando la complessità delle ragioni in questione. La pace è sempre «frutto della giustizia ed effetto della carità»;[22] esige il rifiuto radicale e assoluto della violenza e del terrorismo e richiede un impegno costante e vigile da parte di chi ha la responsabilità politica.

 

III. Principi della dottrina cattolica su laicità e pluralismo    

5. Di fronte a queste problematiche, se è lecito pensare all’utilizzo di una pluralità di metodologie, che rispecchiano sensibilità e culture differenti, nessun fedele tuttavia può appellarsi al principio del pluralismo e dell’autonomia dei laici in politica, favorendo soluzioni che compromettano o che attenuino la salvaguardia delle esigenze etiche fondamentali per il bene comune della società. Non si tratta di per sé di «valori confessionali», poiché tali esigenze etiche sono radicate nell’essere umano e appartengono alla legge morale naturale. Esse non esigono in chi le difende la professione di fede cristiana, anche se la dottrina della Chiesa le conferma e le tutela sempre e dovunque come servizio disinteressato alla verità sull’uomo e al bene comune delle società civili. D’altronde, non si può negare che la politica debba anche riferirsi a principi che sono dotati di valore assoluto proprio perché sono al servizio della dignità della persona e del vero progresso umano.

6. Il richiamo che spesso viene fatto in riferimento alla “laicità” che dovrebbe guidare l’impegno dei cattolici, richiede una chiarificazione non solo terminologica. La promozione secondo coscienza del bene comune della società politica nulla ha a che vedere con il “confessionalismo” o l’intolleranza religiosa. Per la dottrina morale cattolica la laicità intesa come autonomia della sfera civile e politica da quella religiosa ed ecclesiastica – ma non da quella morale – è un valore acquisito e riconosciuto dalla Chiesa e appartiene al patrimonio di civiltà che è stato raggiunto.[23] Giovanni Paolo II ha più volte messo in guardia contro i pericoli derivanti da qualsiasi confusione tra la sfera religiosa e la sfera politica. «Assai delicate sono le situazioni in cui una norma specificamente religiosa diventa, o tende a diventare, legge dello Stato, senza che si tenga in debito conto la distinzione tra le competenze della religione e quelle della società politica. Identificare la legge religiosa con quella civile può effettivamente soffocare la libertà religiosa e, persino, limitare o negare altri inalienabili diritti umani».[24] Tutti i fedeli sono ben consapevoli che gli atti specificamente religiosi (professione della fede, adempimento degli atti di culto e dei Sacramenti, dottrine teologiche, comunicazioni reciproche tra le autorità religiose e i fedeli, ecc.) restano fuori dalle competenze dello Stato, il quale né deve intromettersi né può in modo alcuno esigerli o impedirli, salve esigenze fondate di ordine pubblico. Il riconoscimento dei diritti civili e politici e l’erogazione dei pubblici servizi non possono restare condizionati a convinzioni o prestazioni di natura religiosa da parte dei cittadini.

Questione completamente diversa è il diritto-dovere dei cittadini cattolici, come di tutti gli altri cittadini, di cercare sinceramente la verità e di promuovere e difendere con mezzi leciti le verità morali riguardanti la vita sociale, la giustizia, la libertà, il rispetto della vita e degli altri diritti della persona. Il fatto che alcune di queste verità siano anche insegnate dalla Chiesa non diminuisce la legittimità civile e la “laicità” dell’impegno di coloro che in esse si riconoscono, indipendentemente dal ruolo che la ricerca razionale e la conferma procedente dalla fede abbiano svolto nel loro riconoscimento da parte di ogni singolo cittadino. La “laicità”, infatti, indica in primo luogo l’atteggiamento di chi rispetta le verità che scaturiscono dalla conoscenza naturale sull’uomo che vive in società, anche se tali verità siano nello stesso tempo insegnate da una religione specifica, poiché la verità è una. Sarebbe un errore confondere la giusta autonomia che i cattolici in politica debbono assumere con la rivendicazione di un principio che prescinde dall’insegnamento morale e sociale della Chiesa.

Con il suo intervento in questo ambito, il Magistero della Chiesa non vuole esercitare un potere politico né eliminare la libertà d’opinione dei cattolici su questioni contingenti. Esso intende invece — come è suo proprio compito — istruire e illuminare la coscienza dei fedeli, soprattutto di quanti si dedicano all’impegno nella vita politica, perché il loro agire sia sempre al servizio della promozione integrale della persona e del bene comune. L’insegnamento sociale della Chiesa non è un’intromissione nel governo dei singoli Paesi. Pone certamente un dovere morale di coerenza per i fedeli laici, interiore alla loro coscienza, che è unica e unitaria. «Nella loro esistenza non possono esserci due vite parallele: da una parte, la vita cosiddetta “spirituale”, con i suoi valori e con le sue esigenze; e dall’altra, la vita cosiddetta “secolare”, ossia la vita di famiglia, di lavoro, dei rapporti sociali, dell’impegno politico e della cultura. Il tralcio, radicato nella vite che è Cristo, porta i suoi frutti in ogni settore dell’attività e dell’esistenza. Infatti, tutti i vari campi della vita laicale rientrano nel disegno di Dio, che li vuole come “luogo storico” del rivelarsi e del realizzarsi dell’amore di Gesù Cristo a gloria del Padre e a servizio dei fratelli. Ogni attività, ogni situazione, ogni impegno concreto — come, ad esempio, la competenza e la solidarietà nel lavoro, l’amore e la dedizione nella famiglia e nell’educazione dei figli, il servizio sociale e politico, la proposta della verità nell’ambito della cultura — sono occasioni provvidenziali per un “continuo esercizio della fede, della speranza e della carità”».[25] Vivere ed agire politicamente in conformità alla propria coscienza non è un succube adagiarsi su posizioni estranee all’impegno politico o su una forma di confessionalismo, ma l’espressione con cui i cristiani offrono il loro coerente apporto perché attraverso la politica si instauri un ordinamento sociale più giusto e coerente con la dignità della persona umana.

Nelle società democratiche tutte le proposte sono discusse e vagliate liberamente. Coloro che in nome del rispetto della coscienza individuale volessero vedere nel dovere morale dei cristiani di essere coerenti con la propria coscienza un segno per squalificarli politicamente, negando loro la legittimità di agire in politica coerentemente alle proprie convinzioni riguardanti il bene comune, incorrerebbero in una forma di intollerante laicismo. In questa prospettiva, infatti, si vuole negare non solo ogni rilevanza politica e culturale della fede cristiana, ma perfino la stessa possibilità di un’etica naturale. Se così fosse, si aprirebbe la strada ad un’anarchia morale che non potrebbe mai identificarsi con nessuna forma di legittimo pluralismo. La sopraffazione del più forte sul debole sarebbe la conseguenza ovvia di questa impostazione. La marginalizzazione del Cristianesimo, d’altronde, non potrebbe giovare al futuro progettuale di una società e alla concordia tra i popoli, ed anzi insidierebbe gli stessi fondamenti spirituali e culturali della civiltà.[26]

 

IV. Considerazioni su aspetti particolari    

7. È avvenuto in recenti circostanze che anche all’interno di alcune associazioni o organizzazioni di ispirazione cattolica, siano emersi orientamenti a sostegno di forze e movimenti politici che su questioni etiche fondamentali hanno espresso posizioni contrarie all’insegnamento morale e sociale della Chiesa. Tali scelte e condivisioni, essendo in contraddizione con principi basilari della coscienza cristiana, non sono compatibili con l’appartenenza ad associazioni o organizzazioni che si definiscono cattoliche. Analogamente, è da rilevare che alcune Riviste e Periodici cattolici in certi Paesi hanno orientato i lettori in occasione di scelte politiche in maniera ambigua e incoerente, equivocando sul senso dell’autonomia dei cattolici in politica e senza tenere in considerazione i principi a cui si è fatto riferimento.

La fede in Gesù Cristo che ha definito se stesso «la via, la verità e la vita» (Gv 14,6) chiede ai cristiani lo sforzo per inoltrarsi con maggior impegno nella costruzione di una cultura che, ispirata al Vangelo, riproponga il patrimonio di valori e contenuti della Tradizione cattolica. La necessità di presentare in termini culturali moderni il frutto dell’eredità spirituale, intellettuale e morale del cattolicesimo appare oggi carico di un’urgenza non procrastinabile, anche per evitare il rischio di una diaspora culturale dei cattolici. Del resto lo spessore culturale raggiunto e la matura esperienza di impegno politico che i cattolici in diversi paesi hanno saputo sviluppare, specialmente nei decenni posteriori alla seconda guerra mondiale, non possono porli in alcun complesso di inferiorità nei confronti di altre proposte che la storia recente ha mostrato deboli o radicalmente fallimentari. È insufficiente e riduttivo pensare che l’impegno sociale dei cattolici possa limitarsi a una semplice trasformazione delle strutture, perché se alla base non vi è una cultura in grado di accogliere, giustificare e progettare le istanze che derivano dalla fede e dalla morale, le trasformazioni poggeranno sempre su fragili fondamenta.

La fede non ha mai preteso di imbrigliare in un rigido schema i contenuti socio-politici, consapevole che la dimensione storica in cui l’uomo vive impone di verificare la presenza di situazioni non perfette e spesso rapidamente mutevoli. Sotto questo aspetto sono da respingere quelle posizioni politiche e quei comportamenti che si ispirano a una visione utopistica la quale, capovolgendo la tradizione della fede biblica in una specie di profetismo senza Dio, strumentalizza il messaggio religioso, indirizzando la coscienza verso una speranza solo terrena che annulla o ridimensiona la tensione cristiana verso la vita eterna.

Nello stesso tempo, la Chiesa insegna che non esiste autentica libertà senza la verità. «Verità e libertà o si coniugano insieme o insieme miseramente periscono», ha scritto Giovanni Paolo II.[27] In una società dove la verità non viene prospettata e non si cerca di raggiungerla, viene debilitata anche ogni forma di esercizio autentico di libertà, aprendo la via ad un libertinismo e individualismo, dannosi alla tutela del bene della persona e della società intera.

8. A questo proposito è bene ricordare una verità che non sempre oggi viene percepita o formulata esattamente nell’opinione pubblica corrente: il diritto alla libertà di coscienza e in special modo alla libertà religiosa, proclamato dalla Dichiarazione Dignitatis humanae del Concilio Vaticano II, si fonda sulla dignità ontologica della persona umana, e in nessun modo su di una inesistente uguaglianza tra le religioni e tra i sistemi culturali umani.[28] In questa linea il Papa Paolo VI ha affermato che «il Concilio, in nessun modo, fonda questo diritto alla libertà religiosa sul fatto che tutte le religioni, e tutte le dottrine, anche erronee, avrebbero un valore più o meno uguale; lo fonda invece sulla dignità della persona umana, la quale esige di non essere sottoposta a costrizioni esteriori che tendono ad opprimere la coscienza nella ricerca della vera religione e nell’adesione ad essa».[29] L’affermazione della libertà di coscienza e della libertà religiosa non contraddice quindi affatto la condanna dell’indifferentismo e del relativismo religioso da parte della dottrina cattolica,[30] anzi con essa è pienamente coerente.

 

V. Conclusione  

9. Gli orientamenti contenuti nella presenta Nota intendono illuminare uno dei più importanti aspetti dell’unità di vita del cristiano: la coerenza tra fede e vita, tra vangelo e cultura, richiamata dal Concilio Vaticano II. Esso esorta i fedeli a «compiere fedelmente i propri doveri terreni, facendosi guidare dallo spirito del vangelo. Sbagliano coloro che, sapendo che qui noi non abbiamo una cittadinanza stabile ma che cerchiamo quella futura, pensano di poter per questo trascurare i propri doveri terreni, e non riflettono che invece proprio la fede li obbliga ancora di più a compierli, secondo la vocazione di ciascuno». Siano desiderosi i fedeli «di poter esplicare tutte le loro attività terrene, unificando gli sforzi umani, domestici, professionali, scientifici e tecnici in una sola sintesi vitale insieme con i beni religiosi, sotto la cui altissima direzione tutto viene coordinato a gloria di Dio».[31]

Il Sommo Pontefice Giovanni Paolo II nell’Udienza del 21 novembre 2002 ha approvato la presente Nota, decisa nella Sessione Ordinaria di questa Congregazione, e ne ha ordinato la pubblicazione.

 

Roma, dalla sede della Congregazione per la Dottrina della Fede, il 24 novembre 2002, Solennità di N.S. Gesù Cristo Re dell’Universo.

 

X JOSEPH CARD. RATZINGER
Prefetto 

 

X TARCISIO BERTONE, S.D.B.
Arcivescovo emerito di Vercelli
Segretario

 


[1] LETTERA A DIOGNETO, 5, 5. Cfr. anche Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2240.

[2] GIOVANNI PAOLO II, Lett. Apost. Motu Proprio data per la proclamazione di San Tommaso Moro Patrono dei Governanti e dei Politici, n. 1, AAS 93 (2001) 76-80.

[3] Ibid, n. 4.

[4] Cfr. CONCILIO VATICANO II, Cost. Past. Gaudium et spes, n. 31; Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 1915.

[5] Cfr. CONCILIO VATICANO II, Cost. Past. Gaudium et spes, n. 75.

[6] GIOVANNI PAOLO II, Esort. Apost. Christifideles laici, n. 42, AAS 81 (1989) 393-521. Questa nota dottrinale si riferisce ovviamente all’impegno politico dei fedeli laici. I Pastori hanno il diritto e il dovere di proporre i principi morali anche sull’ordine sociale; “tuttavia, la partecipazione attiva nei partiti politici è riservata ai laici” (GIOVANNI PAOLO II, Esort. Apost. Christifideles laici, n. 60). Cfr. anche CONGREGAZIONE PER IL CLERO, Direttorio per il ministero e la vita dei presbiteri, 31-III-1994, n. 33.

[7] CONCILIO VATICANO II, Cost. Past. Gaudium et spes, n. 76.

[8] Cfr. ibid, n. 36.

[9] Cfr. CONCILIO VATICANO II, Decr. Apostolicam actuositatem, n. 7; Cost. Dogm. Lumen gentium, n. 36 e Cost. Past. Gaudium et spes, nn. 31 e 43.

[10] GIOVANNI PAOLO II, Esort. Apost. Christifideles laici, n. 42.

[11] Negli ultimi due secoli, più volte il Magistero pontificio si è occupato delle principali questioni riguardanti l’ordine sociale e politico. Cfr. LEONE XIII, Lett. Enc. Diuturnum illud, ASS 14 (1881/82) 4ss; Lett. Enc. Immortale Dei, ASS 18 (1885/86) 162ss; Lett. Enc. Libertas praestantissimum, ASS 20 (1887/88) 593ss; Lett. Enc. Rerum novarum, ASS 23 (1890/91) 643ss; BENEDETTO XV, Lett. Enc. Pacem Dei munus pulcherrimum, AAS 12 (1920) 209ss; PIO XI, Lett. Enc. Quadragesimo anno, AAS 23 (1931) 190ss; Lett. Enc. Mit brennender Sorge, AAS 29 (1937) 145-167; Lett. Enc. Divini Redemptoris, AAS 29 (1937) 78ss; PIO XII, Lett. Enc. Summi Pontificatus, AAS 31 (1939) 423ss; Radiomessaggi natalizi 1941-1944; GIOVANNI XXIII, Lett. Enc. Mater et magistra, AAS 53 (1961) 401-464; Lett. Enc. Pacem in terris AAS 55 (1963) 257-304; PAOLO VI, Lett. Enc. Populorum progressio, AAS 59 (1967) 257-299; Lett. Apost. Octogesima adveniens, AAS 63 (1971) 401-441.

[12] Cfr. GIOVANNI PAOLO II, Lett. Enc. Centesimus annus, n. 46, AAS 83 (1991) 793-867; Lett. Enc. Veritatis splendor, n. 101, AAS 85 (1993) 1133-1228; Discorso al Parlamento Italiano in seduta pubblica comune, n. 5, in: L’Osservatore Romano, 15-XI-2002.

[13] Cfr. GIOVANNI PAOLO II, Lett. Enc. Evangelium vitae, n. 22, AAS 87 (1995) 401-522.

[14] Cfr. CONCILIO VATICANO II, Cost. Past. Gaudium et spes, n. 76.

[15] Ibid, n. 75.

[16] Cfr. ibid, nn. 43 e 75.

[17] Cfr. ibid, n. 25.

[18] CONCILIO VATICANO II, Cost. Past. Gaudium et spes, n. 73.

[19] Cfr. GIOVANNI PAOLO II, Lett. Enc. Evangelium vitae, n. 73.

[20] Ibid.

[21] CONCILIO VATICANO II, Cost. Past. Gaudium et spes, n. 75.

[22] Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2304.

[23] Cfr. CONCILIO VATICANO II, Cost. Past. Gaudium et spes, n. 76.

[24] GIOVANNI PAOLO II, Messaggio per la celebrazione della Giornata Mondiale della Pace 1991: “Se vuoi la pace, rispetta la coscienza di ogni uomo”, IV, AAS 83 (1991) 410-421.

[25] GIOVANNI PAOLO II, Esort. Apost. Christifideles laici, n. 59. La citazione interna è del Concilio Vaticano II, Decreto Apostolicam actuositatem, n. 4.

[26] Cfr. GIOVANNI PAOLO II, Discorso al Corpo Diplomatico accreditato presso la Santa Sede, in: L’Osservatore Romano, 11/I/2002.

[27] GIOVANNI PAOLO II, Lett. Enc. Fides et ratio, n. 90, AAS 91 (1999) 5-88.

[28] Cfr. CONCILIO VATICANO II, Dich. Dignitatis humanae, n. 1: “Il Sacro Concilio anzitutto professa che Dio stesso ha fatto conoscere al genere umano la via, attraverso la quale gli uomini, servendolo, possono in Cristo divenire salvi e beati. Crediamo che questa unica vera religione sussista nella Chiesa cattolica”. Ciò non toglie che la Chiesa consideri con sincero rispetto le varie tradizioni religiose, anzi riconosce presenti in esse “elementi di verità e di bontà”. Cfr. CONCILIO VATICANO II, Cost. Dogm. Lumen gentium, n. 16; Decr. Ad gentes, n. 11; Dich. Nostra aetate, n. 2; GIOVANNI PAOLO II, Lett. Enc. Redemptoris missio, n. 55, AAS 83 (1991) 249-340; CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE, Dich. Dominus Iesus, nn. 2; 8; 21, AAS 92 (2000) 742-765.

[29] PAOLO VI, Discorso al Sacro Collegio e alla Prelatura Romana, in: “Insegnamenti di Paolo VI” 14 (1976), 1088-1089.

[30] Cfr. PIO IX, Lett. Enc. Quanta cura, ASS 3 (1867) 162; LEONE XIII, Lett. Enc. Immortale Dei, ASS 18 (1885) 170-171; PIO XI, Lett. Enc. Quas primas, AAS 17 (1925) 604-605; Catechismo della Chiesa Cattolica, n. 2108; CONGREGAZIONE PER LA DOTTRINA DELLA FEDE, Dich. Dominus Iesus, n. 22.

[31]CONCILIO VATICANO II, Cost. Past. Gaudium et spes, n. 43. Cfr. anche GIOVANNI PAOLO II, Esort. Apost. Christifideles laici, n. 59.

ambrosoli.jpgHo letto da qualche parte –ma naturalmente non so se è vero né ho avuto il tempo di verificare- che Ambrosoli sarebbe attivissimo sul web e che, appunto, molto del suo appeal elettorale nella corsa al Pirellone gli potrebbe derivare da tale requisito. Una sorta di Obama de noantri, diciamo. (meno abbronzato e con la barba). Ma come il Barack planetario sono anche le sue vedute su Aborto, Eutanasia, Famiglia? Non lo sappiamo.

Però non sono questioni di poco conto. Anzi: diciamo che per un cattolico – e chi scrive lo è- sono le cose piu importanti. E costituiscono una sorta di prerequisito assolutamente ineludibile per prendere in considerazione una proposta politica e le persone che la portano  avanti.

Sicchè ho con molta semplicità provato a chiedere direttamente –tramite twitter e facebook-  certo che, essendo un “mago della rete” –come si dice- avrebbe immediatamente risposto. Dopo due, tre giorni, a tarda notte ha risposta una persona (non ho ben capito a che titolo: fan, portavoce o cosa) che naturalmente non ha risposto alla delicata quaestio che rimane, quindi, irrisolta. Almeno per me. Anzi: non solo per me. Si da il caso, infatti, che tale perplessità è venuta pure a Pietro Pirovano e pure lui la ha espressa tramite facebook nella Pagina “Ambrosoli Lombardia 2013”. E sostanzialmente anche uno degli storici  fondatori del Movimento per la Vita è rimasto senza una risposta precisa, chiara, univoca.

Non riporto testualmente le “risposte” per così dire ricevute (e comunque chi vuole può leggerle: sono lì https://www.facebook.com/pages/Ambrosoli-Lombardia-2013/174178589389174) né mi permetto di menzionare chi sia la persona che ha fornito tali “spiegazioni”. Aggiungo infine che non sono l’unico rimasto senza risposte: il radicale (o filo radicale) Domenico Letizia chiedeva lumi all’aspirante governatore: “sui diritti e le libertà civili come ti poni?” E anche qui, dopo una risposta di una persona (un fan? Un futuro Assessore, chissà…) interviene l’altra persona –quella che aveva risposto a me ed a Pirovano-  dicendo che è tempo perso, che è meglio non rispondere perché “altrimenti passerebbe tutto il tempo a rispondere lasciando da parte le cose concrete da fare”. Già: le cose concrete da fare.