Carissimi,

mi spinge a scrivervi una lieta ricorrenza di famiglia. Il prossimo 10 maggio compirà 90 anni l’arcivescovo emerito mons. Settimio Todisco . Nella discrezione e nel nobile riserbo che lo contraddistingue da quando ha lasciato la guida della diocesi – e anche in considerazione delle inevitabili limitazioni che l’età impone – egli mi ha pregato sentitamente di non pensare a manifestazioni speciali intorno alla sua persona. Comprendo e rispetto il suo desiderio.

MONS. TODISCO

Al tempo stesso mi preme cogliere questa fausta occasione per invitare l’intera diocesi a pregare per lui , esprimendogli così, nel modo più bello, i nostri sentimenti di affetto, di gratitudine e di ammirazione. Operosa e feconda è stata la lunga giornata terrena che la Provvidenza ha concesso a mons. Todisco fino ad oggi. E ad multos annos ancora gli diciamo, perché la sua presenza silenziosa e orante continui ad accompagnare il cammino della nostra Chiesa locale.

Tanto egli ha tanto lavorato per questa amata diocesi . Nella città di Brindisi, da giovane sacerdote, si è speso generosamente come rettore del Seminario, insegnante di religione e assistente degli universitari cattolici. Poi è stato vicario generale in Ostuni , godendo la piena fiducia del Vescovo e interpretando il suo ruolo con fedeltà intelligente e solerte . Rientrato nella terra di origine dopo il breve periodo di episcopato a Molfetta, per l’arco di ben 25 anni è stato tra noi Pastore illuminato e aperto, equilibrato e saggio, nella linea tracciata dal Concilio Vaticano II.

Sempre attento e delicato verso le persone, pur senza rinunciare all’occorrenza al servizio dell’autorità, ha preferito abitualmente far maturare e convincere, anziché forzare e imporre. Essenziale e sobrio nel suo stile personale, con il suo costante esempio ha educato a non cercare forme esteriori, manifestazioni eclatanti ed eventi con larga risonanza, quanto piuttosto la formazione delle coscienze, la crescita delle persone, la corresponsabilità ecclesiale, la testimonianza della vita. “ Corde et fide ”, con il cuore e con la fede : più che un motto da abbinare a un blasone, è stato veramente la sintesi del suo modo di essere e l a connotazione tipica del suo agire.

Al suo cuore ora sia caro l’omaggio corale che gli rende, insieme a me , tutta la diocesi. Alla sua fede sia motivo di gioia il senso ecclesiale che anima il nostro ricordo e la nostra preghiera per lui , al felice compiersi dei suoi 90 anni !

+ Domenico CALIANDRO Arcivescovo di Brindisi – Ostuni

MONS. DOMENICO CALIANDRO

MONS. DOMENICO CALIANDRO

Carissimi figli e figlie,

Le feste del santo Natale sono rivestite di un’atmosfera particolare, che affascina piccoli e  grandi. Le luci per la città, lo scambio dei doni, i giochi in famiglia caratterizzano questo tempo, che diventa pieno di senso solo se lo spirito si pone in adorazione del Verbo eterno che irrompe nella storia del mondo e in quella di ciascuno di noi.

Ogni anno ci proponiamo di andare all’essenza del Natale e di lasciare da parte gli inviti della pubblicità, che ci parla di una felicità ottenuta attraverso i beni materiali, ma sappiamo bene quanto è difficile liberarci da una mentalità consumistica. Un aiuto ci viene da Betlemme. Lì impariamo due atteggiamenti fondamentali: lo stupore e la gratuità. Si resta infatti stupefatti al pensiero che Dio ha scelto di farsi nostro fratello in tutto e per tutto, condividendo le nostre gioie e i nostri dolori e tutto questo gratuitamente, come scrive san Paolo ai Filippesi: «Cristo Gesù, pur essendo nella condizione di Dio, non ritenne un privilegio l’essere come Dio, ma svuotò sé stesso assumendo una condizione di servo, diventando simile agli uomini» (Fil 2,6-7).

Quando Gesù viene alla luce a Betlemme è un tripudio di gioia: gli angeli dal cielo cantano «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini che Egli ama» (Lc 2,14), mentre accanto a Gesù i Magi offrono ricchi doni e i pastori accorrono, non portando altro che sé stessi e lo stupore di aver potuto vedere le meraviglie di Dio racchiuse in un piccolo corpo avvolto in fasce e in una povera dimora.

Purtroppo oggi lo stupore dei pastori sembra impossibile, offuscato dalle nebbie dell’inquinamento, dal dramma dell’assenza del lavoro e delle tensioni sociali e politiche. Eppure la luce di Cristo continua a ridare speranza, perché attesta da un lato la cura instancabile di Dio per l’uomo e, dall’altro, il richiamo per ogni cristiano: il fratello che è accanto e che chiede un po’ di pane, che è solo in ospedale o in carcere, che è sfruttato o insultato è Cristo che vagisce nella culla e che soffre sulla croce.

Alziamo allora lo sguardo e stendiamo le braccia: il nuovo anno sia fatto di accoglienza, incontri e rispetto. La solidarietà ha come sorelle la giustizia e la gratuità. Non importa il “quanto”, basta il “come”: Cristo piccolo e povero ci attende forse dietro l’angolo di casa, nel fratello che ci è più prossimo di quanto possiamo immaginare. Dio per Natale ci “dona” il suo unico Figlio: accogliamolo con gratitudine e condividiamolo con chi ancora lo attende e così potremo assistere a una nuova nascita, quella di Cristo in noi.

 

Auguri di santo Natale e di un felice anno nuovo,

+ Domenico Caliandro

Arcivescovo di Brindisi-Ostuni

 

Mons.Luigi Negri, la bussola quotidiana, una luce illumina le tenebre, L’annunzio della incarnazione di Dio in Gesù Cristo ci coglie in un momento complesso e contraddittorio.

Da un lato l’esperienza dell’uomo di oggi sembra destinata a un inesorabile e definitivo fallimento. «E’ possibile che l’uomo muoia», diceva sant’Ireneo tanti secoli fa. «E’ possibile che l’uomo, nella sua umanità, muoia», ricordava spesso il papa Giovanni Paolo II. Una vita senza più nessun punto di riferimento sostanziale, dal punto di vista teorico e pratico. Un individualismo proteso all’affermazione di sé come perseguimento del proprio benessere ad ogni costo. Una violenza che dilaga in tutti gli strati della vita sociale, affermata e vissuta come soluzione di problemi che sembrano impossibili a risolversi se non con la violenza. Violenza di omicidi, e spesso anche di suicidi conseguenti.

Una vita brutta, come il Papa ci ricorda continuamente. Brutta perché priva di tensione alla libertà, a seguire il bene, il bello, il giusto. Ed è un’immagine universalmente diffusa che rischia di dare alla parola vita un’accezione totalmente ridotta alla pura sopravvivenza fisica.

Ma dice il profeta nella prima messa del Natale: «Il popolo che camminava nelle tenebre – e certamente le tenebre sono la cifra di questa nostra società – vide all’improvviso una grande luce». Cristo è la luce che illumina ogni uomo che viene in questo mondo. E’ la luce che rivela all’uomo tutto ciò che egli porta nel cuore, ma soprattutto rivela all’uomo quella presenza assolutamente incredibile e pure realissima del mistero di Dio che si fa compagnia all’uomo. Si fa compagnia all’uomo e non solo gli rivela teoricamente la sua identità, ma lo mette in grado di perseguire questa identità attraverso l’appartenenza alla Chiesa – che è luogo dove Cristo si incontra qui ed ora – e diventa cammino educativo per lo sviluppo integrale della propria personalità umana e cristiana.
 
Chi è stato veramente nella profondità delle tenebre, trasale di gioia all’idea che la luce viene. E ne scopre i preannunzi, l’alba. L’alba – ci ricordava spesso monsignor Giussani – è il momento più bello della giornata perché pur carico di tutte le incertezze, le equivocità e le paure della notte, già si intravvede che la luce sta nascendo e vincerà le tenebre, restituendo la vita delle persone e delle cose alla loro consistenza, alla loro bellezza.

Credo che questo sia un momento terribile ma di una terribilità che può diventare una grande positività. Bisogna che i cristiani scommettano un’altra volta sulla fede, sulla fede in Cristo come unica possibilità di salvezza. E occorre che tanti uomini di buona volontà amino il mistero e la verità più di se stessi. Uno dei maestri di questo popolo laico, Vaclav Havel, si è spento qualche giorno fa. Egli aveva giocato tutta la sua vita su ciò che don Giussani chiamava il cuore dell’uomo. E su questo cuore, per questo cuore, ha coagulato un popolo di veramente laici, che hanno potuto poi abbracciarsi con i grandi cristiani come il cardinale Tomášek, «la grande quercia», come lo definiva Giovanni Paolo II. In questo grande abbraccio, pur nella distinzione, è accaduto un evento storico per la Cecoslovacchia: la grande rivoluzione che ha messo fine al comunismo senza rompere neppure il vetro di una finestra, come amava affermare Vaclav Havel.

Il Natale lo sento, lo desidero e lo prego come il rinnovarsi di un dialogo profondo tra laici veramente laici, cioè non laicisti, e cristiani non clericali. Gente che vive la propria laicità come attesa, gente che vive la fede come testimonianza dell’incontro accaduto con Cristo.
Da questo dialogo forse può nascere un contributo decisivo al cambiamento in meglio dell’uomo e del mondo.

* Vescovo di San Marino – Montefeltro

 La Bussola Quotidiana, Venerdi 23 Dicembre: http://www.labussolaquotidiana.it/ita/articoli-una-luce-illumina-le-tenebre-3993.htm