prima pagina di lotta continua - calabresi - maggio 72

L’atroce martirio di Luigi Calabresi è uno degli atti d’eroismo di quegli anni che, incredibilmente, il demoproletario Capanna (magari s’offende se lo chiamiamo comunista) definì “formidabili”. Anche la prima pagina di lotta continua di quel 18 maggio 72 è emblematica : terribile e, a suo modo, coerente (con la sua  ideologia, naturalmente). Riporto delle considerazioni del giornalista e scrittore Tommaso Francavilla che ha postato sul suo profilo facebook:

Guardando la fiction sul Commissario Calabresi, magistralmente interpretata dal nostro Emilio Solfrizzi, ho rivissuto quegli anni orribili anni di odio e di sangue che chiusero la straordinaria stagione del miracolo italiano inaugurando un decennio di follia di cui ancora scontiamo costi pesanti e devastanti veleni. Era il tempo in cui la “legalità” oggi “politicamente corretta” era considerata dalla cultura egemonizzata da un’autentica canèa di “cattivi maestri” e dalla generazione (la mia) più ingrata, egoista e miope della storia italiana un rigurgito reazionario da calpestare a volontà, e le forze dello Stato ad essa preposte immondi servi da colpire senza scrupoli, fino a pretendere il loro disarmo proprio mentre le forze dell’eversione passavano dalle spranghe degli squadristi di strada alle P38 ed ai Kalasnikov delle Brigate Rosse.
Ho rivissuto l’assassinio dell’agente Annarumma, il primo di centinaia di anonimi servitori dello Stato caduti sotto i colpi di un ideologismo sanguinario che aveva invaso le nostre Scuole, le nostre Università, le nostre fabbriche e perfino i migliori salotti ed i più autorevoli media del nostro Paese. Il primo di una infinita seria di martiri immediatamente dimenticati e rimasti senza giustizia, insieme alle loro povere famiglie costrette in dignitosa indigenza, mentre si innalzano agli onori degli altari soggetti come quello che stava scagliando in testa ad un giovane carabiniere già ferito, in un automezzo incendiato ed assediato, un estintore che l’avrebbe certamente ammazzato, al quale è perfino intitolata un’aula della Camera. E’ impressionante rileggere le firme apposte in quegli anni ad appelli incendiari che chiamavano di fatto, all’insegna di una scientifica mistificazione, alla lotta armata esaltandone i combattenti e criminalizzandone le vittime e scorgervi di fatto gran parte dell’Italia che continua imperterrita a contare, abbarbicata ai propri privilegi senza mai dismettere la supponenza e la sicumera con la quale allora si rappresentava come l’avanguardia della purezza rivoluzionaria. Sono gli stessi soggetti, o i loro derivati, che oggi innalzano a comando le icone di grandi Magistrati per farne usbergo dell’onnipotenza della loro fazione che già in quegli anni cominciò ad infiltrarsi nei Palazzi di Giustizia, tant’è che nelle sedi delle BR si trovarono contemporaneamente elenchi di Magistrati da ammazzare o da utilizzare in qualità di affidabili “compagni”. Che oggi fingono di inchinarsi alla memoria dell’eroico Commissario Calabresi dopo avere armato con campagne di odio la mano che l’assassinò, ma intanto perseguitano i migliori poliziotti italiani, a cominciare da quelli che hanno mietuto i migliori successi nella lotta alla criminalità comunque organizzata. Il Colonnello Mori, il Capitano Ultimo, i Commissari Pisani e Gratteri, demonizzati, criminalizzati, sospesi dal servizio, addirittura imprigionati sono i Calabresi di oggi, sulle cui imprese e sulle cui persecuzioni forse tra cinquant’anni ai nostri nipoti sarà elargita una fiction riparatrice.
Ci conforta l’idea che esista anche l’Italia dei Calabresi, che poi è la stessa di Nassiryia, che non smette di onorare la bandiera alla cui ombra ha prestato un giuramento di fedeltà. L’Italia che esprime la straordinaria dignità di due fanti di Marina, cui l’insipienza dei nostri governanti sta facendo vivere, per avere fatto il loro dovere, in terre lontane un’esperienza non dissimile da quella di un Commissario che cinquant’anni fa fu rappresentato come un assassino ed era soltanto un eroe.