DON GABRIELE AMORTHPuò sembrare strano e fors’anche inopportuno parlare di un libro del genere sotto Natale, seppure in un Natale di crisi. E invece anche nel momento in cui celebriamo l’irruzione di Dio nella nostra storia, l’Onnipotente che si fa piccolo e fragile come ogni bambino, l’incarnazione del Figlio e la sua nascita nella grotta di Betlemme, non possiamo dimenticare la grande battaglia che è in atto. Quella tra il serpente e Maria, che gli schiaccerà definitivamente la testa.

Oggi il diavolo è scomparso del tutto dalla predicazione nelle nostre chiese, e finiamo spesso per ricordarlo soltanto quando gravi fatti di cronaca ci parlano dei suoi adoratori. Ma anche in quel caso non avvertiamo la sua minaccia come un pericolo che ci riguarda. A richiamarci alla drammaticità di quella minaccia è il libro L’azione del maligno. Come riconoscerla e liberarsene (Edizioni Fede e Cultura, pagg. 178, euro 10,50). L’agile volume, è stato scritto esto e altro ha scritto da padre Gabriele Amorth, l’esorcista italiano più conosciuto e più tradotto nel mondo. Il saggio contiene anche i contributi dottrinali di altri autori: don Gabriele Fabris, Presidente dell’Associazione Biblica Italiana; don Gustavo Sanchèz, esorcista; Tonino Cantelmi, Presidente dell’Associazione Psichiatri e Psicologi cattolici; Angela Musolesi, specializzata nel ministero di liberazione; Chiara Zanasi, antropologa.

Nel libro si cerca di dar risposta a queste domande: Dov’è il corpo fisico di Gesù? L’inferno è vuoto? I laici possono comandare alle legioni diaboliche? Lo yoga è consigliabile? «Mi preme molto ricordare – scrive don Amorth – che più del 90 per cento delle persone colpite dall’opera del maligno lo sono tramite un maleficio, che è stato fatto o a loro o a tutta la famiglia. Spesso è colpita tutta la famiglia. Cioè: la fattura viene fatta a un membro della famiglia, ma la finalità è di fare fallire la famiglia. Per dire: sto facendo da anni gli esorcismi a una famiglia di Livorno: hanno mali fisici, mali spirituali, e io li esorcizzo uno per uno. Stanno meglio, ma ancora non sono guariti del tutto». «Non è la caratteristica principale, ma accade spesso che un altro segno dell’opera del maligno è la sterilità. Il demonio vuole soprattutto la nostra sterilità spirituale, ma anche la nostra sterilità fisica. Esorcizzo da anni una infermiera di Arezzo. Aveva parecchi mali fisici: sta meglio, ma ne ha ancora, non è guarita del tutto. Però prima non poteva avere figli, adesso ne ha 4».

«Contro i pregiudizi sulla potenza del demonio – aggiunge il grande esorcista italiano – voglio dire che Gesù ha vinto il demonio. Contro i pregiudizi di chi dice che il demonio non esiste, che è solo nel pensiero dell’uomo, voglio dire che il demonio esiste e vuole la nostra sofferenza, vuole la nostra morte. Vuole che soffriamo le pene eterne e le pene qui: la droga, tanti incidenti, tanti fallimenti di aziende, sono procurati dal demonio. Contro i pregiudizi di chi dice che l’inferno è vuoto, dico che è Gesù stesso che ci mette in guardia, ed è molto preciso nel dirci che nell’inferno ci finisce chi si comporta contro la volontà di Dio. Contro i pregiudizi di chi pensa che la Chiesa dica che bisogna soffrire, dico che non è vero. La Chiesa non vuole che soffriamo, ma ci offre gli strumenti per accettare con rassegnazione la croce: le parole di Gesù e la fede in Lui. Se applicassimo le parole di Gesù ci sarebbe il paradiso in terra, perché con Gesù il regno di Dio è venuto tra di noi». 1 YOGA.jpg

«Le sofferenze – scrive ancora padre Amorth – sono inevitabili nella vita, ma un cuore che si sforza di essere in comunione con Gesù affronta meglio le difficoltà. È stato tolto Cristo dalla vita della gente, è stato tolto Cristo come punto di riferimento: è questo il guaio dell’umanità».

Andrea Tornielli

 La Bussola Quotidiana, Venerdi’ 23 Dicembre 2011: http://www.labussolaquotidiana.it/ita/articoli-il-diavolo-esistema-nessuno-ne-parla-3962.htm

Cari amici lettori di questo blog,

come tutti voi -credo- sto apprendendo della terribile  vicenda che ha coinvolto un Sacerdote della Diocesi di Genova. E resto letteralmente esterefatto: i particolari che stanno emergendo sono inquietanti. Ed evito di ripeterli: spero di preservare chi ancora non ha saputo certi dettagli che man mano vengono a galla. Oggi è intervenuto, nuovamente, il Cardinale Bagnasco Presidente della Conferenza Episcopale Italiana e Arcivescovo di Genova , proprio la Diocesi coinvolta. Ha usato delle parole dure e dolci: dure verso l’accaduto ma dolcissime, quasi da bimbo verso la mamma, nell’invocare l’aiuto della Vergine Santa.

Nelle prossime ore pubblicheremo il testo completo dell’Omelia tenuta da Mons.Bagnasco. Ora però vorrei proporvi delle riflessioni di Andrea Tornielli, scrittore, storico e giornalista, che ha appena scritto nel suo blog “Sacri Palazzi”:  

Con la voce rotta dall’emozione, questa mattina dal santuario della Madonna della Guardia di Genova, il cardinale Angelo Bagnasco ha parlato della triste vicenda di don Riccardo Seppia.

«Il nostro dolore è tanto più sconvolgente in quanto improvviso e inatteso, perchè nulla lo faceva presagire ai nostri occhi. Ci sentiamo percossi ma non abbattuti. «Chiediamo alla Vergine Maria di avere ognuno il coraggio della verità».

Bagnasco ha espresso «dolore per ogni forma di peccato e di male che, se risulterà realmente commesso da un nostro confratello, sfigura la bellezza dell’anima, scandalizza le anime, ferisce il volto della Chiesa. Vogliamo affidare alla Madonna quanti hanno subito scandalo in qualunque modo e dire a loro la nostra vicinanza umile e sincera».

In queste ore, con il rincorrersi delle voci e delle testimonianze, in tanti si chiedono come sia potuto accadere. Come abbia potuto, cioè, don Riccardo, condurre una doppia vita, frequentare palestre e saune, acquistare droga usandola per attirare i ragazzi (questo è ciò che emerge dagli SMS pubbicati in questi giorni) senza che nessuno si accorgesse di nulla.

Ho rintracciato un compagno di seminario di don Riccardo, che mi ha detto: “Negli anni del seminario io non mi sono accorto di nulla di strano. Non aveva atteggiamenti equivoci, né sembrava coltivare amicizie particolari…”.

Come sapete, negli ultimi giorni diversi quotidiani hanno riportato la testimonianza di don Piercarlo Casassa, oggi ritirato, che fu parroco di don Riccardo nel 1985 a Recco, cittadina del Levante genovese, ascoltato a lungo come testimone dagli investigatori. Don Casassa ha raccontato che i comportamenti del prete appena uscito dal seminario non gli sembravano adeguati alla vita sacerdotale. Ha ricordato una gita al mare organizzata da don Riccardo con i bambini del catechismo e di come i bambini si fossero rifiutati di ripetere l’esperienza. Ma ha però smentito di aver raccontato ai suoi superiori nella Curia genovese questi suoi dubbi.

Altri sacerdoti genovesi che ho interpellato mi hanno detto che don Riccardo appariva un po’ strano. Ma a parte le voci sulla sua omosessualità, sembra davvero che non ci siano state avvisaglie sugli abusi di minori e sull’uso di droga. Don Seppia si era formato nel seminario negli ultimi anni dell’episcopato genovese del cardinale Giuseppe Siri, e ha avuto poi come arcivescovi i cardinali Giovanni Canestri, Dionigi Tettamanzi, Tarcisio Bertone e Angelo Bagnasco.

Proprio Bagnasco, un anno fa, aveva fatto nella parrocchia di Santo Spirito a Sestri Ponente, dov’era parroco don Seppia, la visita pastorale. Ma anche in quella occasione non era emerso nulla che facesse pensare a ciò che poi è accaduto. Del resto, vista la particolare sensibilità al problema degli abusi sui minori che si è andata affermando negli ultimi anni, è davvero difficile anche soltanto immaginare che una voce del genere sia giunta ai superiori e che nessuno si sia mosso perlomeno per verificarla.

Don Seppia è stato scoperto per caso, nel corso di un’indagine sullo spaccio di droga dell’ambiente milanese. Non per una denuncia presentata da una delle sue vittime. Certo, il fatto che la Curia genovese non sospettasse nulla non diminuisce la portata di ciò che è accaduto, né le domande aperte su come sia stato possibile.

Particolarmente inquietante risulta infine l’accenno al satanismo: quei saluti come “Satana sia con te”, il tatuaggio nel fondoschiena, la grande disponibilità di denaro che il sacerdote infedele mostrava di avere per procurarsi, a colpi di trecento euro a volta, la cocaina.

Il rischio è che questi episodi gravissimi contribuiscano a dare della Chiesa un’immagine sbagliata, facciano passare l’idea che le parrocchie sono luoghi insicuri, finiscano per spalmare su tanti, tantissimi preti santi e fedeli alla loro missione, una patina opaca.

Vi propongo un ottimo articolo di Andrea Tornielli riguardo il Sacerdote arrestato nei giorni scorsi in Liguria con accuse gravissime. Consiglio davvero accoratamente la lettura: Tornielli còglie in pieno la questione, ne dà una lettura giusta e seria e pone delle domande rivolte a tutti. Forse -dico forse- soprattutto ai Confratelli nel Sacerdozio.

 

La triste vicenda di don Riccardo Seppia, il parroco della chiesa di Santo Spirito Sestri Ponente arrestato nei giorni scorsi perché accusato di aver fatto avances sessuali a un sedicenne e per cessione di cocaina, lascia aperte domande drammatiche.

Va dato atto all’arcivescovo di Genova, il cardinale Angelo Bagnasco, di essersi subito recato nella parrocchia, di aver pubblicamente dichiarato la propria vergogna, di aver immediatamente sospeso il sacerdote in attesa degli sviluppi dell’inchiesta. Inoltre, ogni cristiano sa bene che nonostante le norme antipedofilia, l’inasprimento delle pene canoniche, etc. etc., la natura umana continua a rimanere ferita dal peccato originale. Purtroppo questi episodi vergognosi e tremendi – che mostrano come la persecuzione più terribile per la Chiesa non arrivi dai nemici esterni, come ha spiegato Benedeto XVI, ma dal peccato dentro la stessa Chiesa – accadono ancora.

Quello che stupisce, nel caso di don Seppia, come nel caso dei preti gay oggetto di un’inchiesta di Panorama, poi trasformatasi in un libro, è da una parte la capacità di queste persone di costruirsi e gestire delle doppie vite, dall’altra la mancanza quasi totale di «controllo sociale» sulla vita del prete.

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Qui non si tratta (solo) di peccati, ma di gravissimi reati. Non siamo di fronte alla caduta, alla debolezza vissuta con senso di colpa di un sacerdote che non riesce ad essere fedele all’impegno del celibato, e cede alla tentazione. Si tratta, invece, di vite parallele, dove la persona riesce a sdoppiarsi, predicando bene e razzolando malissimo perché compie dei crimini, usa droga e se ne serve per attirare le giovani “prede”.

Ecco, ciò che stupisce è proprio questo: don Seppia era – ora lo si scopre – un prete chiacchierato, alcuni suoi parrocchiani sapevano delle sue assenze notturne (andava a Milano per rifornirsi di droga o per frequentare palestre e saune), sussurravano critiche per certi suoi atteggiamenti disinvolti. C’è da chiedersi come don Riccardo fosse inserito nel contesto della diocesi, in quali rapporti fosse con i confratelli preti, quali fossero le sue amicizie. Insomma, c’è da chiedersi come sia possibile che quanto leggiamo sia potuto accadere senza che nessun campanello d’allarme scattasse nelle persone più vicine al sacerdote ora accusato dell’abuso di un minore con una leggera disabilità mentale.

La Lettera circolare della Congregazione per la dottrina delle fede alle conferenze episcopali che detta le linee guida per codificare norme antipedofilia, insiste in un punto sulla formazione dei seminaristi e sulla formazione permanente del clero. La soluzione, però, non sta in una formula, o in nuovi schemi bacchettoni da introdurre nei seminari per riportare indietro di cinquant’anni l’orologio della storia: una volta usciti, i seminaristi diventati preti si troveranno comunque a fare i conti con la società in cui tutti viviamo. La questione vera, ancora una volta, è quella che riguarda il tessuto di relazioni e di amicizie che sostiene il sacerdote, quella che riguarda la sua maturità affettiva, oltre che lo spessore della sua vita spirituale.

 

da “La Bussola Quotidiana”, martedì 17 maggio 2011

http://www.labussolaquotidiana.it/ita/articoli-ma-chi-eranogli-amici-di-don-seppia-1887.htm

 

Per noi sturziani – o estimatori di Sturzo, qualora non piacesse l’aggettivo- la questione dei principi non negoziabili è di primaria importanza. Alla stregua del grande Sacerdote calatino consideriamo il Magistero della Chiesa una “bussola” assolutamente utile ed imprescindibile nel nostro impegno politico, sia diretto che -ed è il caso di questo sito- indiretto. Spesso la Chiesa è tornata a ribadire l’importanza di tali principi, anche di recente. E sovente ha sollecitato l’impegno di “nuove generazioni di persone cattoliche” nell’àgone politico, ad esempio lo ha fatto autorevolmente il Cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Conferenza Episcopale Italiana. Ebbene, ancora più autorevolmente, nei giorni scorsi è intervenuto il Papa su tale tema. Molto acutamente, sulla “Bussola Quotidiana” di oggi, Andrea Tornielli ne riferisce e  dà una lettura delle parole di Benedetto XVI  davvero coinvolgente ed interessante. La ripropongo a tutti chè la ritengo di estrema importanza:

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Sabato scorso, da Aquileia, culla dell’evangelizzazione del Nordest, Benedetto XVI è tornato a ripetere il suo invito all’impegno dei cristiani in politica.

Queste le sue parole: «Come attesta la lunga tradizione del cattolicesimo in queste regioni, continuate con energia a testimoniare l’amore di Dio anche con la promozione del “bene comune”: il bene di tutti e di ciascuno. Le vostre comunità ecclesiali hanno in genere un rapporto positivo con la società civile e con le diverse istituzioni. Continuate ad offrire il vostro contributo per umanizzare gli spazi della convivenza civile. Da ultimo, raccomando anche a voi, come alle altre Chiese che sono in Italia, l’impegno a suscitare una nuova generazione di uomini e donne capaci di assumersi responsabilità dirette nei vari ambiti del sociale, in modo particolare in quello politico. Esso ha più che mai bisogno di vedere persone, soprattutto giovani, capaci di edificare una “vita buona” a favore e al servizio di tutti. A questo impegno infatti non possono sottrarsi i cristiani, che sono pellegrini verso il cielo, ma che già vivono quaggiù un anticipo di eternità».

Vale la pena soffermarsi su questo invito. E chiedersi, anzitutto, perché il successore di Pietro continui a rivolgere questo pressante invito ai cattolici del nostro Paese. L’invito a impegnarsi nel sociale ma anche «in modo particolare» nella politica. Quella politica che il servo di Dio Paolo VI definì «la più alta forma di carità». Se un Papa teologo e non italiano qual è Ratzinger, insiste nell’appellarsi ai cristiani, soprattutto ai giovani, perché scelgano di impegnarsi in politica, ciò significa che la Chiesa ritiene insufficiente la presenza dei cattolici in questo ambito.

Dopo la fine della Democrazia cristiana, che i vescovi avevano cercato di tenere in vita fino all’ultimo, i cattolici si sono divisi e sono oggi presenti in più partiti nei due schieramenti. Sono passati nove anni dalla pubblicazione della Nota dottrinale «circa alcune questioni riguardanti l’impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica», approvata da Giovanni Paolo II e firmata dall’allora cardinale Joseph Ratzinger, un documento nel quale si affermava: «Se il cristiano è tenuto ad “ammettere la legittima molteplicità e diversità delle opzioni temporali”, egli è ugualmente chiamato a dissentire da una concezione del pluralismo in chiave di relativismo morale, nociva per la stessa vita democratica, la quale ha bisogno di fondamenti veri e solidi, vale a dire, di principi etici che per la loro natura e per il loro ruolo di fondamento della vita sociale non sono “negoziabili”».

Il tema dei principi «non negoziabili» è stato ripreso più volte, dal Papa e dai vescovi italiani. Ed è diventato, sovente, terreno di scontro politico e in qualche caso di dibattito acceso anche tra gli stessi cattolici.

L’invito pressante di Benedetto XVI all’impegno in politica, però, sembra andare oltre. Il Papa infatti invita i giovani a edificare «una “vita buona” a favore e al servizio di tutti». Se i principi non negoziabili sono la base di partenza, sarebbe miope ridurre l’impegno dei cattolici esclusivamente alla difesa e alla promozione di quei principi. I cattolici sono infatti portatori di una cultura, di una visione dell’uomo e delle relazioni sociali, che non può facilmente essere ridotta o appiattita su certi modelli che oggi vanno per la maggiore in talune formazioni politiche.

C’è da riscoprire, insomma, la politica come servizio al bene comune: le emergenze etiche – come insegna Benedetto XVI nella Caritas in Veritate – sono anche emergenze sociali, ma l’impegno dei cristiani deve tornare a essere a 360 gradi, e ritrovare quell’ispirazione che ha reso i cattolici protagonisti di molte cruciali fasi della vita del nostro Paese.

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http://www.labussolaquotidiana.it/ita/articoli-cattolici-…

Questa non è una recensione, nè del resto avrei potuto farla: ho avuto in mano la copia -fresca,anzi: freschissima di stampa- soltanto ieri sera e non ho avuto il tempo materiale di leggere il volume (e neppure mi piacciono le finte recensioni -spesso “di comodo” fatte guardando  soltanto gli indici. E non si creda che sia  così infrequente, anche in riviste di un certo livello). Nessuna recensione quindi -almeno per ora- ma vi posso assicurare una cosa: la Introduzione vale da sola il prezzo del libro (meno di dieci euro, peraltro!).  Andrea Tornielli -che proprio domani inizia la sua collaborazione alla  Stampa  dopo 15 anni al Giornale –  è il migliore vaticanista d’Italia, e questo non lo dico io. Di mio aggiungo “solo” che conosco pochi uomini di cultura con la sua competenza ed equilibrio. Di professione è giornalista ma è anche uno storico di valore, impossibile non ricordare le sue monografie su Papa Pacelli e Polo VI, che inoltre “sforna” libri a getto continuo  che, beninteso, non hanno nulla degli istant book. E lo conferma questo “La fragile concordia”, edito da Bur-Rizzoli. Che dire altro. Regalatevi duecento pagine di storia italiana. Non vi annoierete. Chè Tornielli non ha nulla da invidiare a Vespa e Montanelli. (anzi, di quest’ultimo è molto meno indisponente).

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ANDREA TORNIELLI, La Fragile concordia. Stato e cattolici in centocinquant’anni di storia italiana, Bur-Rizzoli, Milano, 2011, pp. 224, euro 9,80
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Il Papa ha promulgato il decreto riconoscendo il miracolo avvenuto per l’intercessione di Giovanni Paolo II. La cerimonia di beatificazione avverrà a Roma il 1° maggio, che quest’anno coincide con la domenica della Divina Misericordia, una celebrazione istituita da Papa Wojtyla. E’ anche il giorno in cui si festeggiano i lavoratori, e il Pontefice polacco, come noto, fece anche l’operaio.

 

In una nota il Vaticano spiega che “com’è noto, la Causa, per dispensa pontificia, iniziò prima che fossero trascorsi i cinque anni dalla morte del Servo di Dio, richiesti dalla normativa vigente. Tale provvedimento fu sollecitato dall’imponente fama di santità, goduta dal Papa Giovanni Paolo II in vita, in morte e dopo morte. Per il resto furono osservate integralmente le comuni disposizioni canoniche riguardanti le cause di beatificazione e di canonizzazione”.

Padre Federico Lombardi, direttore della Sala Stampa della Santa Sede, oltre ad annunciare la data della beatificazione, ha confermato la notizia data ieri dall’agenzia francese I-Media, dicendo che effettivamente il corpo di Papa Wojtyla sarà traslato dalle dai sotterranei nella basilica di San Pietro, ma non sarà riesumato né esposto – come avvenne in tempi recenti per Giovanni XXIII. La bara chiusa rimarrà custodita  dietro una lastra di marmo dove sarà incisa la scritta “Beatus Johannes Paulus II”.

dal blog di Andrea Tornielli

http://blog.ilgiornale.it/tornielli/2011/01/14/il-papa-ha-firmato-wojtyla-beato-il-1%c2%b0-maggio/#comments

Esce sull’ultimo numero di Human Reproduction uno studio dal significativo titolo: “Conseguenze ostetriche della fecondazione in vitro dopo trasferimento di un solo embrione o di due embrioni”. Lo studio è stato fatto da un’equipe svedese che ha studiato oltre 13.000 bambini nati da fecondazione in vitro.

Le conclusioni sono preoccupanti: «I bambini nati da FIV hanno conseguenze ostetriche peggiori rispetto alla popolazione generale. I nati singoli, indipendentemente se nati dopo trasferimento di un solo embrione o di due embrioni, hanno anch’essi conseguenze ostetriche peggiori, con tassi maggiori di prematurità e di basso peso alla nascita». Questo articolo non è il primo a trarre queste conclusioni: il Lancet di recente ha fatto un’analisi della letteratura scientifica e ha notato dati simili, con in più dati riguardanti le malformazioni e alcune malattie genetiche rare.

Quello che è importante sottolineare è che la fecondazione in vitro comporta dei rischi  per il bambino, perché nascere sottopeso o prematuro non è indifferente per la salute successiva; certo, non è automatico – fortunatamente – che chi ha queste condizioni abbia poi problemi, ma il rischio è maggiore rispetto a chi nasce a 40 settimane di gravidanza e con un peso adeguato. Questo dovrebbe essere fatto conoscere, perché le coppie che hanno problemi di sterilità prendano delle decisioni consapevoli. E soprattutto bisognerebbe far capire che evidentemente non è solo il fatto di nascere “gemelli” che genera rischi. Certo, in tutto il mondo da FIV nascono più gemelli che nella popolazione normale. In Italia si dà la colpa alla “cattiva” legge 40, che in realtà non impone a nessuno di impiantare 3 embrioni, ma anzi mette dei limiti per non arrivare ad eccessi. Certamente nella FIV la raccomandazione generale è di non generare gemellarità, ma evidentemente il problema, eliminata la gemellarità, sussiste: nascono prematuri e sottopeso in misura maggiore anche se si impianta un solo embrione.

La riflessione etica allora si impone: è un rischio che si può correre, considerato che, prima che i genitori, il rischio lo corre il bimbo stesso? Per molti evidentemente la risposta è positiva. Ma resta da capire perché sui mass media la fecondazione in vitro venga banalizzata, i rischi quasi sottaciuti o perlomeno espressi con molta meno enfasi rispetto alle lodi, tanto da dare l’impressione di poter rimandare la gravidanza a data indefinita, senza soppesare i rischi genetici che aumentano con l’età, e anche l’efficacia della FIV stessa che con l’età invece diminuisce.

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Ci piacerebbe che a tanto sforzo per diffondere e magnificare la fecondazione in vitro corrispondesse altrettanto impegno per sconfiggere davvero la sterilità, mettendo in atto quelle norme di salute pubblica, di rispetto della lavoratrice e del lavoratore che la prevengono, e soprattutto spiegando chiaramente che esiste un’età fisiologica per far figli che non è data da una rivelazione soprannaturale ma dalla fisiologia delle ovaie, e che lo stato deve aiutare a rispettarla, e la pubblicità e i media non devono irriderla. Pena la sofferenza di migliaia di persone.

Ovviamente l’autore di queste righe

non sono io:

ho letto questo articolo su “La Bussola Quotidiana” ( www.labussolaquotidiana.it )

a firma di CARLO  B E L L I E N I

Con piacere offro questo mio spazio ad Andrea Tornielli che oggi, sul suo blog ( http://blog.ilgiornale.it/tornielli/2010/04/10/se-il-papa-deve-essere-per-forza-colpevole/#comment-76941 ) scrive un ottimo articolo in cui letteralmente “sbugiarda”l’ennesimo attacco calunnioso portato al Papa ed alla Chiesa.

Ah, se tutti i giornalisti fossero come Tornielli!

ratzinger4 okCari amici, ieri l’Associated Press ha rilanciato una lettera firmata nel 1985 dall’allora cardinale Ratzinger nella quale si consigliava prudenza sulla riduzione allo stato laicale chiesta da un prete pedofilo americano trentottenne che sarà effettivamente dimesso due anni dopo, al compimento dei 40 anni. Come già accaduto nei giorni scorsi, la lettera è stata presentata come un caso di “copertura” da parte del futuro Papa di un prete pedofilo. Le cose non stanno così, e nel giro di qualche ora si è potuto verificare il contesto, ricordando che 1) all’epoca la Congregazione per la dottrina della fede non era competente sui casi di pedofilia e nella lettera si parla soltanto della dimissione dallo stato clericale, non del procedimento, 2) la dimissione dallo stato clericale non si decideva prima del quarantesimo anno d’età, 3) la richiesta era stata presentata dallo stesso sacerdote coinvolto, 4) Ratzinger ha solo chiesto di approfondire il caso e due anni dopo la dimissione dallo stato clericale è arrivata, 5) non c’è stata alcuna copertura del colpevole.
La cosa che più mi stupisce non è il fatto che queste lettere (chissà quante ne avrà firmate Ratzinger durante i 23 anni trascorsi ai vertici dell’ex Sant’Uffizio) vengano pubblicate, quanto il fatto che le si lanci e rilanci senza prima verificare i contesti e le procedure, senza cioè approfondire le circostanze per permettere a chi legge di farsi un’idea. Il che sarebbe esattamente il compito del giornalista. Chi scrive ha commesso molti errori in anni di professione, non mi sento assolutamente in grado di dare lezioni o consigli a nessuno. Però mi sembra, da lettore, di essere di fronte a un pregiudizio ormai stabilito – il Papa-deve-essere-colpevole (magari perché tentano di trascirnarlo in tribunale) – e con questa lente pregiudiziare si cercano appigli, testimonianze, documenti. Che vengono sbattuti in prima pagina senza verificare il caso e spiegarne le circostanze. Ma i fatti restano fatti. E chiunque si sia occupato un po’ di Vaticano sa bene che Joseph Ratzinger su queste vicende – gli abusi sui minori – era considerato poco garantista e più di qualcuno storceva il naso anche in Vaticano per la decisione con cui affrontava questi casi. Mi sembra poi del tutto evidente che vi sia un accanimento concertato che punta a delegittimare l’autorità morale della Chiesa, del Papa, per depotenziarne il messaggio. Con ciò non intendo in alcun modo minimizzare gli scandali ed è sotto gli occhi di tutti che ci sono state sottovalutazioni da parte di diversi vescovi, così come ci sono state azioni frenanti nel caso, gravissimo, del fondatore dei Legionari di Cristo, Marcial Maciel, con molti dei suoi potenti amici e protettori che non volevano credere alle accuse contro di lui. Soprattutto per anni non si è tenuto nella dovuta considerazione il dolore e il trauma delle vittime, che avevano diritto non soltanto alla giustizia e alla riparazione, ma anche a un adeguato sostegno.
Mi sembrano importantissime, a questo riguardo, le parole pronunciate ieri da padre Federico Lombardi nel suo editoriale su Radio Vaticana. Parole che purtroppo lo scoop sulla lettera del 1985 hanno fatto passare in secondo piano, ma che vi invito a leggere.

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