un interessante articolo di Antonio Socci, MARXISTI RADICALI E SOCIALISTI FOLGORATI DA RATZINGER, ANTONIO SOCCI, LIBERO, ARTICOLO, NORCIA, Quello di Ratzinger è stato un “tentativo eroico di arginare la forma postmoderna dell’Anticristo”. A pronunciare queste parole – in riferimento al magistero di Benedetto XVI sui grandi temi etici e antropologici – è stato uno dei più importanti pensatori marxisti dei nostri anni, Mario Tronti, già fondatore teorico dell’operaismo e impegnato politicamente nel Pci, poi nel Pds e nel Pd.

Sorprendente è anche il luogo in cui Tronti è intervenuto, sabato 26 ottobre. Si trattava della Nona edizione degli “Incontri di Norcia” della Fondazione Magna Carta.

 

ACCADDE A NORCIA

L’evento infatti ruotava attorno a due testi d’ispirazione ratzingeriana: il “Manifesto di Norcia”, lanciato nel 2011 da Gaetano Quagliariello, Eugenia Roccella e Maurizio Sacconi, che intendeva parlare al centrodestra; e il manifesto dei cosiddetti “Marxisti-ratzingeriani”, scritto da Giuseppe Vacca, Mario Tronti, Pietro Barcellona e Paolo Sorbi che parlava alla sinistra democratica.

Il punto d’incontro di intellettuali così diversi per storia e per appartenenza politica è proprio Joseph Ratzinger.

Sia la sua lezione come vero gigante della cultura contemporanea, sia il suo magistero come papa Benedetto XVI. Infatti il titolo del convegno  di quest’anno era “Ratzinger oltre Ratzinger”.

Si converrà che in un Paese come l’Italia un simposio del genere – per di più nel nome del papa emerito – è un avvenimento eccezionale. Che dovrebbe far clamore. Ancora di più se si tengono presenti le storie personali dei protagonisti.

Quagliariello viene da una militanza radicale e dalla cultura liberale. Maurizio Sacconi dal mondo del socialismo riformista. Eugenia Roccella fu una militante radicale e femminista (tutti e tre sono oggi parlamentari del Pdl).

Dall’altro lato Giuseppe Vacca è stato lo storico togliattiano del Pci ed è Presidente della Fondazione Gramsci. Mario Tronti è – come ho detto – uno dei maggiori filosofi marxisti italiani ed è stato dirigente del Pci e parlamentare del Pds e oggi del Pd; Pietro Barcellona (purtroppo recentemente scomparso, ma ha rappresentato un pilastro essenziale di questo gruppo) è stato un intellettuale autorevole e deputato del Pci (nel 2010 rese noto il suo avvicinamento alla fede cattolica).

Infine il sociologo Paolo Sorbi si è formato nella famosa facoltà di sociologia di Trento insieme a Renato Curcio e Mara Cagol, quindi – dalla militanza politica e intellettuale nella sinistra – è passato anni fa al cattolicesimo.

Come si vede nemmeno uno proviene dal tradizionale associazionismo cattolico o comunque da aree contigue. Al contrario, per anni tutti hanno militato intellettualmente e politicamente in mondi opposti alla Chiesa.

Quindi è clamoroso che si ritrovino oggi nella riflessione sul pensiero di Ratzinger e specialmente su quei temi che più – in questi anni – hanno caratterizzato i pronunciamenti del magistero cattolico.

 

UN APPELLO

 

Non che, negli scorsi decenni, non vi siano stati importanti intellettuali laici e anche marxisti che hanno convenuto con la Chiesa sui temi etici più scottanti. In controtendenza con la deriva radicale e nichilista presa dalle culture dominanti.

Penso alle posizioni di Max Horkeimer – fondatore della Scuola di Francoforte – contro la pillola, bocciata nell’Humanae vitae di Paolo VI (proprio mentre tanti intellettuali cattolici cominciarono a dissentire dal Papa).

O penso alle posizioni contro l’aborto che assunsero prima Pier Paolo Pasolini e poi Norberto Bobbio. O al dialogo fra Joseph Ratzinger e Jurgen Habermas.

Tuttavia l’incontro di Norcia rappresenta una grossa novità. Per la prima volta compare sulla scena un gruppo di intellettuali, di culture e appartenenze politiche laiche e molto diverse, che insieme si appropriano di quella riflessione etica che finora ha caratterizzato il discorso della Chiesa.

E che insieme parlano ai diversi schieramenti politici suonando l’allarme sull’“emergenza antropologica” che rischia di affondare la nostra civiltà.

Infatti il convegno di Norcia si è concluso con una dichiarazione comune di tutte queste personalità che andrebbe letta attentamente.

In questa Italia lacerata da una sorta di guerra civile permanente essi avvertono “la necessità nella dimensione politica di un umanesimo condiviso quale è stato disegnato, per credenti e non credenti, dalla tradizione cristiana e dalla Costituzione repubblicana”.

Poi sottolineano che siamo dentro “una vera e propria emergenza antropologica” e affermano che “le funzioni di governo sono investite di responsabilità in relazione al valore della vita, della famiglia naturale, della libertà educativa, alla luce anche dei nuovi comportamenti sociali”.

Sottolineo, fra le altre cose, il felice ingresso del tema della libertà di educazione. Infine i firmatari della dichiarazione rivolgono un appello al Parlamento:

“Noi invitiamo il Parlamento ad una moratoria legislativa sui temi eticamente sensibili con lo scopo di sostituire il conflitto ideologico con il reciproco ascolto tra sostenitori delle diverse tesi in funzione di soluzioni unificanti e non divisive la società italiana. Ed invitiamo i grandi partiti che hanno in corso processi di verifica interna, destinati a concludersi emblematicamente nello stesso giorno (8 dicembre), a misurarsi con i temi antropologici nella ricerca di una comune base etica della nazione”.

A me pare un evento davvero significativo. Qualcosa che dovrebbe catalizzare l’attenzione dei media.

Invece accade che personalità così autorevoli, dalle storie così significative e lontane dalla Chiesa, che oggi individuano nell’insegnamento di Papa Ratzinger il punto di riferimento per pensare il presente (in alcuni casi anche arrivando alla fede personale), passino del tutto inosservate sia ai media laici che all’establishment clericale.

I primi troppo impegnati a celebrare quotidianamente il nulla, i secondi – penso al Cortile dei gentili – troppo desiderosi di accodarsi alla pochezza nichilista delle mode mondane.

 

UN’ITALIA MIGLIORE

 

Eppure il cammino che ha portato a Norcia questi due gruppi è serio, è un percorso intellettuale forte, profondo. E si radica nelle culture storiche di questo Paese (il marxismo, il radicalismo, il socialismo e il liberalismo), che si incontrano – a sorpresa – su quel terreno bimillenario che è il cattolicesimo.

Il loro dunque è un appello che meriterebbe l’attenzione dei media. Perché fa intravedere davvero la possibilità di un’Italia totalmente diversa. Non più lacerata dai conflitti che oggi occupano le pagine dei giornali, tanto feroci quanto culturalmente miseri.

Con intelligenza Giuseppe Vacca, nella sua relazione a Norcia, ha colto la continuità fra Ratzinger e papa Francesco nell’enciclica “Lumen fidei”, scritta a quattro mani dai due pontefici. Proprio partendo da un passaggio di quell’enciclica Vacca afferma il valore sociale e pubblico della predicazione cristiana.

Se, infatti, “l’età moderna iniziò dal ‘come se Dio non esistesse’ che accompagnava l’emergere dalle guerre di religione dello Stato-nazione europeo, che relegava le religioni in uno spazio proprio… a conclusione del ciclo storico dello Stato-nazione come soggetto egemonico della modernità, dinanzi al rischio della ‘catastrofe antropologica’, può essere il ‘come se Dio esistesse’ il principio di una nuova alleanza tra fede e ragione? Se il contenuto della fede” dice Vacca “è il sapere dell’amore, un sapere che non si attinge da nessun’altra esperienza, ma solo dal riconoscimento dell’Altro, non solo è storicamente giustificato il ruolo pubblico della religione, ma è anche necessario che quel sapere venga trasmesso e insegnato”.

Questa può essere l’alba di una vera rivoluzione culturale.

 

Antonio Socci

 

Da “Libero”, 1° novembre 2013

Facebook: “Antonio Socci pagina ufficiale”

 http://www.antoniosocci.com/2013/11/marxisti-radicali-e-socialisti-folgorati-da-ratzinger/

 

RIC.jpgRICCARDO CASCIOLI.jpgRiportiamo l’articolo odierno de “La Bussola Quotidiana” a firma del Direttore Riccardo Cascioli senza commenti (non ce n’è bisogno: basta solo leggere l’articolo) e però con una “postilla”: se dovessimo scegliere fra le tante Testate che dicono d’esser cattoliche non avremmo dubbi nell’indicare appunto “LA BUSSOLA QUOTIDIANA”: questo giornale online ha il merito, non piccolo, di non scendere a compromessi col mondo. E’, almeno finora, autenticamente cattolico, nel senso pieno del termine. E non ci meravigliamo, quindi, se molti -tanti, e sempre di piu- scelgono come fonte di informazione questa Testata e non altre:

 

Il direttore di un noto «giornale quotidiano di ispirazione cattolica» attacca oggi violentemente monsignor Antonio Livi per l’articolo scritto sul nostro quotidiano online a proposito di Enzo Bianchi. Nel rispondere a dei lettori scandalizzati per le critiche al priore della comunità monastica di Bose, il direttore di tale giornale si fa prendere da tale foga che incorre anche in un clamoroso incidente: definisce infatti l’eresia monofisita come “considerare Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, solo un uomo”. In realtà l’eresia monofisita consiste esattamente nel contrario, ovvero considerare solo la natura divina di Cristo.

Ma qui non interessa tanto entrare nella disputa teologica: eventualmente a dare ragione di certe affermazioni sarà nei prossimi giorni monsignor Livi (curioso peraltro che il direttore affermi di conoscerlo solo di nome: non solo Livi è filosofo dal lungo curriculum, ma il “quotidiano di ispirazione cattolica” ne ha recensito più volte i libri e lo ha addirittura intervistato, ad esempio il 7 novembre 2009).

Qui però vorrei sottolineare la sorpresa per una difesa d’ufficio veemente che arriva a parlare di disonestà intellettuale e di vergogna per chi avrebbe distorto il senso delle parole di Bianchi per metterne in discussione “l’indiscutibile adesione alla buona dottrina cattolica”. Forse il direttore del giornale di ispirazione cattolica farebbe bene a rileggersi quel resoconto dell’incontro pubblico tenuto a Pescara (la fonte è il giornale diocesano) che pubblichiamo tra le lettere e poi farci sapere se pensa che certe affermazioni siano “una buona dottrina cattolica”.

Peraltro anche il predecessore dell’attuale direttore ogni tanto nutriva dubbi sulla “buona dottrina cattolica” di Enzo Bianchi. Prova ne è la risposta che diede a un lettore il 21 luglio 2007. In quell’occasione un sacerdote di Mondovì si lamentava perché su Avvenire non era stato pubblicato il commento di Enzo Bianchi a proposito del Motu Proprio Summorum Pontificum, quello sulla messa in rito antico, che invece era apparso su Repubblica. Ovviamente si trattava di una critica molto severa nei confronti del Motu Proprio voluto da Benedetto XVI (curioso, Bianchi non si può criticare, il Papa sì). L’allora direttore, che si chiama Dino Boffo, così rispondeva:

“Vede reverendo, se Enzo Bianchi scrive la sua intemerata su Repubblica, nessuno ha nulla da dire (eppure qualcosa ci sarebbe da commentare); se invece la ospitasse Avvenire (ma non ci è stato chiesto) immediatamente si direbbe, anche da parte di altra stampa, che Avvenire non è allineato alla Chiesa. Poi, ci pensi: che cosa c’è oggi di più anticonformista che ragionare in termini cattolici fino a sembrare fin troppo obbedienti?”.

Insomma pare di capire che Dino Boffo avesse, almeno in questa occasione, molti dubbi sull’ortodossia di Enzo Bianchi, fino ad accusarlo di disobbedienza.

Ma non solo: anche l’attuale direttore del “giornale quotidiano di ispirazione cattolica”, che si chiama Marco Tarquinio, ha avuto qualche problemino personale con Enzo Bianchi. Ricordiamo cosa accadde quando morì Eluana Englaro: Tarquinio scrisse il 10 febbraio 2009 un editoriale dal titolo “Uccisa, non morta”, che così diceva (e noi condividiamo completamente):

“Eluana è stata uccisa. E noi vogliamo chiedere perdono ai nostri figli e alle nostre figlie. Ci perdonino, se possono, per questo Paese che oggi ci sembra pieno di frasi vuote e di un unico gesto terribile, che li scuote e nessuno saprà  mai dire quanto. Con che occhi ci guarderanno? Misurando come le loro parole, le esclamazioni? Rinunceranno, forse per paura e per sospetto, a ragionare della vita e della morte con chi gli è padre e madre e maestro e amico e gli potrebbe diventare testimone d’accusa e pubblico ministero e giudice e boia? Chi insegnerà , chi dimostrerà , loro che certe parole, che le benedette, apodittiche certezze dei vent’anni non sono necessariamente e sempre pietre che gli saranno fardello, che forse un giorno potrebbero silenziosamente lapidarli. Ci perdonino, se possono. Perché Eluana è stata uccisa.”

La cosa non piacque affatto a Enzo Bianchi, che il 15 febbraio replicò dalle colonne de La Stampa (eh sì, questi “profeti” sanno scrivere cose diverse a seconda di chi li ospita, attaccando chi li ha ospitati la volta prima e li ospiterà la volta successiva) con un articolo dal titolo “Vivere e morire secondo il Vangelo”, scrivendo tra l’altro:

“Attorno all’agonia lunga 17 anni di una donna, attorno al dramma di una famiglia nella sofferenza, si è consumato uno scontro incivile, una gazzarra indegna dello stile cristiano: giorno dopo giorno, nel silenzio abitato dalla mia fede in Dio e dalla mia fedeltà alla terra e all’umanità di cui sono parte, constatavo una violenza verbale, e a volte addirittura fisica, che strideva con la mia fede cristiana. Non potevo ascoltare quelle grida – «assassini», «boia», «lasciatela a noi»… – senza pensare a Gesù che quando gli hanno portato una donna gridando «adultera» ha fatto silenzio a lungo, per poterle dire a un certo punto: «Donna neppure io ti condanno: va’ e non peccare più»; non riuscivo ad ascoltare quelle urla minacciose senza pensare a Gesù che in croce non urla «ladro, assassino!» al brigante non pentito, ma in silenzio gli sta accanto, condividendone la condizione di colpevole e il supplizio. Che senso ha per un cristiano recitare rosari e insultare? O pregare ostentatamente in piazza con uno stile da manifestazione politica o sindacale?”.

Sì, avete letto bene: Tarquinio accusato da Enzo Bianchi di aver alimentato “una gazzarra indegna dello stile cristiano”.

Potremmo sbagliarci, ma non ricordiamo repliche piccate dirette a Enzo Bianchi, con relative accuse di disonestà intellettuale e di farsi giudice dell’altrui fede e “adesione alla buona dottrina cattolica”. Anzi, da allora gli interventi di Enzo Bianchi sulle pagine del “quotidiano di ispirazione cattolica” sembrano essere addirittura aumentati.

Segno della grande magnanimità e misericordia del direttore. Che oggi osiamo invocare anche in favore di monsignor Antonio Livi.

Riccardo Cascioli

(articolo tratto da “La Bussola Quotidiana”, venerdì 23 marzo 2012. E’ reperibile in rete al seguente indirizzo: http://www.labussolaquotidiana.it/ita/articoli-bianchi-livi-e-un-quotidianodi-ispirazione-cattolica-4882.htm )

“Sarebbe gravemente disonesto che un candidato occultasse la propria omosessualità per accedere, nonostante tutto, all’Ordinazione. Un atteggiamento così inautentico non corrisponde allo spirito di verità, di lealtà e di disponibilità che deve caratterizzare la personalità di colui che ritiene di essere chiamato a servire Cristo e la sua Chiesa nel ministero sacerdotale.”

Tratto dalla “Istruzione
della Congregazione per l’Educazione Cattolica
circa i criteri di discernimento vocazionale
riguardo alle persone con tendenze omosessuali
in vista della loro ammissione al Seminario e agli Ordini sacri”

 


Pregare per la Chiesa in Cina, uno dei Paesi dove Cristo è “rifiutato, ignorato o perseguitato”, per i vescovi di quel Paese “che soffrono”, perché “il loro desiderio di stare nella Chiesa una e universale superi la tentazione di un cammino indipendente da Pietro” e per “illuminare quelli che sono nel dubbio, di richiamare gli smarriti, di consolare gli afflitti, di rafforzare quanti sono irretiti dalle lusinghe dell’opportunismo”. E’ l’invito che Benedetto XVI ha rivolto il 18 maggio ai cattolici di tutto il mondo, in vista della odierna giornata di preghiera per la Chiesa in Cina.
 
Alla fine dell’udienza generale del 18 maggio ,  il Papa ha chiesto le preghiera prima di tutto dei cattolici cinesi, ma anche di quelli di tutto il mondo. “Sappiamo – ha proseguito – che, tra i nostri fratelli vescovi, ci sono alcuni che soffrono e sono sotto pressione nell’esercizio del loro ministero episcopale. A loro, ai sacerdoti e a tutti i cattolici che incontrano difficoltà nella libera professione di fede esprimiamo la nostra vicinanza. Con la nostra preghiera possiamo aiutarli a trovare la strada per mantenere viva la fede, forte la speranza, ardente la carità verso tutti ed integra l’ecclesiologia che abbiamo ereditato dal Signore e dagli Apostoli e che ci è stata trasmessa con fedeltà fino ai nostri giorni. Con la preghiera possiamo ottenere che il loro desiderio di stare nella Chiesa una e universale superi la tentazione di un cammino indipendente da Pietro.
 
La preghiera può ottenere, per loro e per noi, la gioia e la forza di annunciare e di testimoniare, con tutta la franchezza e senza impedimento, Gesù Cristo crocifisso e risorto, l’uomo nuovo, vincitore del peccato e della morte.
 
Con tutti voi chiedo a Maria di intercedere perché ognuno di loro si conformi sempre più strettamente a Cristo e si doni con generosità sempre nuova ai fratelli. A Maria – ha concluso il Papa – chiedo di illuminare quelli che sono nel dubbio, di richiamare gli smarriti, di consolare gli afflitti, di rafforzare quanti sono irretiti dalle lusinghe dell’opportunismo”

BENEDETTO XVI A VENEZIA.jpgVENEZIA – I cristiani non devono chiudersi di fronte al diverso ma dialogare con la modernita’. Il Papa lo ha detto nell’omelia della messa al Parco San Giuliano di Mestre, prima messa del suo viaggio a Nordest, in cui ha analizzato il rapporto tra identita’ cristiana, e ”slancio missionario” e ”comunione, solidarieta’ e condivisione”.

”Il problema del male, del dolore e della sofferenza, il problema dell’ingiustizia, della sopraffazione, la paura degli altri, degli estranei e dei lontani che giungono nelle nostre terre e sembrano attentare a cio’ che noi siamo – ha detto il Papa – portano i cristiani di oggi a dire con tristezza: noi ‘speravamo’ che il Signore ci liberasse” da tutto cio’. Invece, ha chiesto Benedetto XVI occorre rendere conto della speranza cristiana dell’uomo moderno, sopraffatto non di rado da vaste e inquietanti problematiche che pongono in crisi i fondamenti del suo stesso agire”.

Il cristianesimo anche in queste terre, ha detto, ”rischia di svuotarsi della sua verita’ e di diventare un orizzonte che solo superficialmente abbraccia la vita”. L’invito e’ dunque a ”scegliere la logica della comunione tra di noi, della solidarieta’ e della condivisione”. A ritrovare ”slancio missionario”, ”fervore apostolico”, ”dinamismo pastorale”. Papa Ratzinger ha detto di conoscere la cura che le chiese del Triveneto pongono ”nel cercare di comprendere le ragioni del cuore dell’uomo moderno” e di voler sostenere con la sua presenza questa opera, dando ”fiducia nell’intenso programma pastorale” avviato dai vescovi.

Il rischio di confondere i propri sogni con la realtà è sempre in agguato. Ma certuni, invece di tenere la guardia alta, si abbandonano a credere stoltamente ai propri sogni. Che, spesso, sono gretti, meschini, asfittici. Se uno ha il cuore ostinato persino i suoi sogni puzzano di escrementi. Figuriamoci se mi metto a commentare la non-notizia che ha scatenato in città le ipotesi più fantasiose e surreali possibili (assieme a timori e lotte intestine): lascio che siano gli house organ degli adùlteri e dei pluripregiudicati a (s)parlare. Al massimo mi limiterò a leggere. E non sono neppure sicuro di questo, perchè sono ultra sensibile e soffro quando sento e leggo fesserie. E non tanto per le fesserie in sè -oramai, con l’età, ci ho fatto il callo- quanto per la ignoranza e la cattiveria che esse sottendono. Ecco: di fronte al male (io sono cattolico e per me l’odio e la menzogna sono orrido male) non ho altra arma che la preghiera. Se poi, nella preghiera, il Paraclito suggerisce qualcosa allora, con prudenza e discernimento, agìsco. Diversamente taccio, soffro, offro e prego. O forse credete che Sturzo -il più grande politico italiano- agisse d’impulso o seguendo gli istinti? Basta. Mi fermo qui. Quando -e se- non avremo più questi capi (degnissimi capi) ci soffrirò certo. Ma rivolgerò il mio grazie al Cielo che, in questo decennio(anno più anno meno) ha disposto la presenza in Brindisini di persone straordinarie. Ho più volte detto che Essi sono un vero e preoprio lusso per Brindisi. Pazienza che qualcuno la pensi diversamente. Se il Signore mi darà vita sono certo che ascolterò, piano piano, gli stolti concittadini che diranno (o quantomeno penseranno dentro di loro) : “Che anni belli abbiamo vissuto! Che stolti che siamo stati a volere tornare indietro. Si, indietro. Chè è (quasi) inevitabile il ritorno a certe assurde storture. E -prima si menzionavano gli escrementi- si sà: certi composti  tornano sempre a galla. PRISCIATIVI!

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Il Papa ha promulgato il decreto riconoscendo il miracolo avvenuto per l’intercessione di Giovanni Paolo II. La cerimonia di beatificazione avverrà a Roma il 1° maggio, che quest’anno coincide con la domenica della Divina Misericordia, una celebrazione istituita da Papa Wojtyla. E’ anche il giorno in cui si festeggiano i lavoratori, e il Pontefice polacco, come noto, fece anche l’operaio.

 

In una nota il Vaticano spiega che “com’è noto, la Causa, per dispensa pontificia, iniziò prima che fossero trascorsi i cinque anni dalla morte del Servo di Dio, richiesti dalla normativa vigente. Tale provvedimento fu sollecitato dall’imponente fama di santità, goduta dal Papa Giovanni Paolo II in vita, in morte e dopo morte. Per il resto furono osservate integralmente le comuni disposizioni canoniche riguardanti le cause di beatificazione e di canonizzazione”.

Padre Federico Lombardi, direttore della Sala Stampa della Santa Sede, oltre ad annunciare la data della beatificazione, ha confermato la notizia data ieri dall’agenzia francese I-Media, dicendo che effettivamente il corpo di Papa Wojtyla sarà traslato dalle dai sotterranei nella basilica di San Pietro, ma non sarà riesumato né esposto – come avvenne in tempi recenti per Giovanni XXIII. La bara chiusa rimarrà custodita  dietro una lastra di marmo dove sarà incisa la scritta “Beatus Johannes Paulus II”.

dal blog di Andrea Tornielli

http://blog.ilgiornale.it/tornielli/2011/01/14/il-papa-ha-firmato-wojtyla-beato-il-1%c2%b0-maggio/#comments

Questo è un blog tranquillo, senza pretese.

Eppure….

Eppure siam stati i primi a dare la singolare notizia della caduta del Papa Benedetto XVI, in San Pietro, dovuta al trambusto provocato da una persona che -scavalcate le transenne ed eluso la giustamente blanda sorveglianza- è riuscita a raggiungere il Corteo papale causando,appunto, la caduta del Sommo Pontefice e quella del cardinale francese Roger  Etchegaray (qui le riflessioni e la  puntuale cronaca di Andrea Tornielli:   http://blog.ilgiornale.it/tornielli/2009/12/27/il-papa-e-un-pastore-non-puo-essere-protetto-dai-fedeli/).

Il sito ha avuto una impennata di visite:rispetto ai consueti 40/50 contatti giornalieri si son raggiunti “numeri” a 4 cifre(come ho avuto modo di verificare)evidente conseguenza del fatto che -mi sembra strano dirlo- avevo dato per primo la notizia e chi nel web cercava lumi trovava  SOLTANTO la scarna notiziuola che uno sconosciuto blog amatoriale forniva, ben prima che le grandi agenzie “battessero” la notizia.

Non nascondo una certa fierezza ed una moderata soddisfazione. Sul fatto in sè (la “caduta” del Papa)certamente ci torneremo con calma in futuro. Ora però è davvero opportuno pubblicare INTEGRALMENTE (e consiglio la lettura integrale, appunto: non ve ne pentirete) l’Omelia che il Papa ha pronunciato proprio pochi minuti dopo l’episodio.

Mentre pubblicavo in rete il mio “scoop” (e spero coglierete la autoironia)continuavo però a seguire la Celebrazione Eucaristica e giunti alla Omelia mi son reso conto -e lo ho pure scritto in tempo reale- che il Vicario di Cristo stava pronunciando delle parole che erano molto piu di una “semplice predica”: era un armonico concentrato di poesia, teologia, catechesi, alto magistero e preghiera, altissima preghiera di un uomo che i posteri venereranno come uno fra i maggiori Dottori della Chiesa.

 

SOLENNITÀ DEL NATALE DEL SIGNORE

OMELIA DI SUA SANTITÀ BENEDETTO XVI

Basilica Vaticana
Giovedì, 24 dicembre 2009

Cari fratelli e sorelle,

“Un bambino è nato per noi, ci è stato dato un figlio” (Is 9, 5). Ciò che Isaia, guardando da lontano verso il futuro, dice a Israele come consolazione nelle sue angustie ed oscurità, l’Angelo, dal quale emana una nube di luce, lo annuncia ai pastori come presente: “Oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore” (Lc 2, 11). Il Signore è presente. Da questo momento, Dio è veramente un “Dio con noi”. Non è più il Dio distante, che, attraverso la creazione e mediante la coscienza, si può in qualche modo intuire da lontano. Egli è entrato nel mondo. È il Vicino. Il Cristo risorto lo ha detto ai suoi, a noi: “Ecco, io sono con voi tutti i giorni, fino alla fine del mondo” (Mt 28, 20). Per voi è nato il Salvatore: ciò che l’Angelo annunciò ai pastori, Dio ora lo richiama a noi per mezzo del Vangelo e dei suoi messaggeri. È questa una notizia che non può lasciarci indifferenti. Se è vera, tutto è cambiato. Se è vera, essa riguarda anche me. Allora, come i pastori, devo dire anch’io: Orsù, voglio andare a Betlemme e vedere la Parola che lì è accaduta. Il Vangelo non ci racconta senza scopo la storia dei pastori. Essi ci mostrano come rispondere in modo giusto a quel messaggio che è rivolto anche a noi. Che cosa ci dicono allora questi primi testimoni dell’incarnazione di Dio?

Dei pastori è detto anzitutto che essi erano persone vigilanti e che il messaggio poteva raggiungerli proprio perché erano svegli. Noi dobbiamo svegliarci, perché il messaggio arrivi fino a noi. Dobbiamo diventare persone veramente vigilanti. Che significa questo? La differenza tra uno che sogna e uno che sta sveglio consiste innanzitutto nel fatto che colui che sogna si trova in un mondo particolare. Con il suo io egli è rinchiuso in questo mondo del sogno che, appunto, è soltanto suo e non lo collega con gli altri. Svegliarsi significa uscire da tale mondo particolare dell’io ed entrare nella realtà comune, nella verità che, sola, ci unisce tutti. Il conflitto nel mondo, l’inconciliabilità reciproca, derivano dal fatto che siamo rinchiusi nei nostri propri interessi e nelle opinioni personali, nel nostro proprio minuscolo mondo privato. L’egoismo, quello del gruppo come quello del singolo, ci tiene prigionieri dei nostri interessi e desideri, che contrastano con la verità e ci dividono gli uni dagli altri. Svegliatevi, ci dice il Vangelo. Venite fuori per entrare nella grande verità comune, nella comunione dell’unico Dio. Svegliarsi significa così sviluppare la sensibilità per Dio; per i segnali silenziosi con cui Egli vuole guidarci; per i molteplici indizi della sua presenza. Ci sono persone che dicono di essere “religiosamente prive di orecchio musicale”. La capacità percettiva per Dio sembra quasi una dote che ad alcuni è rifiutata. E in effetti – la nostra maniera di pensare ed agire, la mentalità del mondo odierno, la gamma delle nostre varie esperienze sono adatte a ridurre la sensibilità per Dio, a renderci “privi di orecchio musicale” per Lui. E tuttavia in ogni anima è presente, in modo nascosto o aperto, l’attesa di Dio, la capacità di incontrarlo. Per ottenere questa vigilanza, questo svegliarsi all’essenziale, vogliamo pregare, per noi stessi e per gli altri, per quelli che sembrano essere “privi di questo orecchio musicale” e nei quali, tuttavia, è vivo il desiderio che Dio si manifesti. Il grande teologo Origene ha detto: se io avessi la grazia di vedere come ha visto Paolo, potrei adesso (durante la Liturgia) contemplare una grande schiera di Angeli (cfr in Lc 23, 9). Infatti – nella Sacra Liturgia, gli Angeli di Dio e i Santi ci circondano. Il Signore stesso è presente in mezzo a noi. Signore, apri gli occhi dei nostri cuori, affinché diventiamo vigilanti e veggenti e così possiamo portare la tua vicinanza anche ad altri!

Torniamo al Vangelo di Natale. Esso ci racconta che i pastori, dopo aver ascoltato il messaggio dell’Angelo, si dissero l’un l’altro: “’Andiamo fino a Betlemme’ … Andarono, senza indugio” (Lc 2, 15s.). “Si affrettarono” dice letteralmente il testo greco. Ciò che era stato loro annunciato era così importante che dovevano andare immediatamente. In effetti, ciò che lì era stato detto loro andava totalmente al di là del consueto. Cambiava il mondo. È nato il Salvatore. L’atteso Figlio di Davide è venuto al mondo nella sua città. Che cosa poteva esserci di più importante? Certo, li spingeva anche la curiosità, ma soprattutto l’agitazione per la grande cosa che era stata comunicata proprio a loro, i piccoli e uomini apparentemente irrilevanti. Si affrettarono – senza indugio. Nella nostra vita ordinaria le cose non stanno così. La maggioranza degli uomini non considera prioritarie le cose di Dio, esse non ci incalzano in modo immediato. E così noi, nella stragrande maggioranza, siamo ben disposti a rimandarle. Prima di tutto si fa ciò che qui ed ora appare urgente. Nell’elenco delle priorità Dio si trova spesso quasi all’ultimo posto. Questo – si pensa – si potrà fare sempre. Il Vangelo ci dice: Dio ha la massima priorità. Se qualcosa nella nostra vita merita fretta senza indugio, ciò è, allora, soltanto la causa di Dio. Una massima della Regola di san Benedetto dice: “Non anteporre nulla all’opera di Dio (cioè all’ufficio divino)”. La Liturgia è per i monaci la prima priorità. Tutto il resto viene dopo. Nel suo nucleo, però, questa frase vale per ogni uomo. Dio è importante, la realtà più importante in assoluto nella nostra vita. Proprio questa priorità ci insegnano i pastori. Da loro vogliamo imparare a non lasciarci schiacciare da tutte le cose urgenti della vita quotidiana. Da loro vogliamo apprendere la libertà interiore di mettere in secondo piano altre occupazioni – per quanto importanti esse siano – per avviarci verso Dio, per lasciarlo entrare nella nostra vita e nel nostro tempo. Il tempo impegnato per Dio e, a partire da Lui, per il prossimo non è mai tempo perso. È il tempo in cui viviamo veramente, in cui viviamo lo stesso essere persone umane.

Alcuni commentatori fanno notare che per primi i pastori, le anime semplici, sono venuti da Gesù nella mangiatoia e hanno potuto incontrare il Redentore del mondo. I sapienti venuti dall’Oriente, i rappresentanti di coloro che hanno rango e nome, vennero molto più tardi. I commentatori aggiungono: questo è del tutto ovvio. I pastori, infatti, abitavano accanto. Essi non dovevano che “attraversare” (cfr Lc 2, 15) come si attraversa un breve spazio per andare dai vicini. I sapienti, invece, abitavano lontano. Essi dovevano percorrere una via lunga e difficile, per arrivare a Betlemme. E avevano bisogno di guida e di indicazione. Ebbene, anche oggi esistono anime semplici ed umili che abitano molto vicino al Signore. Essi sono, per così dire, i suoi vicini e possono facilmente andare da Lui. Ma la maggior parte di noi uomini moderni vive lontana da Gesù Cristo, da Colui che si è fatto uomo, dal Dio venuto in mezzo a noi. Viviamo in filosofie, in affari e occupazioni che ci riempiono totalmente e dai quali il cammino verso la mangiatoia è molto lungo. In molteplici modi Dio deve ripetutamente spingerci e darci una mano, affinché possiamo trovare l’uscita dal groviglio dei nostri pensieri e dei nostri impegni e trovare la via verso di Lui. Ma per tutti c’è una via. Per tutti il Signore dispone segnali adatti a ciascuno. Egli chiama tutti noi, perché anche noi si possa dire: Orsù, “attraversiamo”, andiamo a Betlemme – verso quel Dio, che ci è venuto incontro. Sì, Dio si è incamminato verso di noi. Da soli non potremmo giungere fino a Lui. La via supera le nostre forze. Ma Dio è disceso. Egli ci viene incontro. Egli ha percorso la parte più lunga del cammino. Ora ci chiede: Venite e vedete quanto vi amo. Venite e vedete che io sono qui. Transeamus usque Bethleem, dice la Bibbia latina. Andiamo di là! Oltrepassiamo noi stessi! Facciamoci viandanti verso Dio in molteplici modi: nell’essere interiormente in cammino verso di Lui. E tuttavia anche in cammini molto concreti – nella Liturgia della Chiesa, nel servizio al prossimo, in cui Cristo mi attende.

Ascoltiamo ancora una volta direttamente il Vangelo. I pastori si dicono l’un l’altro il motivo per cui si mettono in cammino: “Vediamo questo avvenimento”. Letteralmente il testo greco dice: “Vediamo questa Parola, che lì è accaduta”. Sì, tale è la novità di questa notte: la Parola può essere guardata. Poiché si è fatta carne. Quel Dio di cui non si deve fare alcuna immagine, perché ogni immagine potrebbe solo ridurlo, anzi travisarlo, quel Dio si è reso, Egli stesso, visibile in Colui che è la sua vera immagine, come dice Paolo (cfr 2 Cor 4, 4; Col 1, 15). Nella figura di Gesù Cristo, in tutto il suo vivere ed operare, nel suo morire e risorgere, possiamo guardare la Parola di Dio e quindi il mistero dello stesso Dio vivente. Dio è così. L’Angelo aveva detto ai pastori: “Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia” (Lc 2, 12; cfr 16). Il segno di Dio, il segno che viene dato ai pastori e a noi, non è un miracolo emozionante. Il segno di Dio è la sua umiltà. Il segno di Dio è che Egli si fa piccolo; diventa bambino; si lascia toccare e chiede il nostro amore. Quanto desidereremmo noi uomini un segno diverso, imponente, inconfutabile del potere di Dio e della sua grandezza. Ma il suo segno ci invita alla fede e all’amore, e pertanto ci dà speranza: così è Dio. Egli possiede il potere ed è la Bontà. Ci invita a diventare simili a Lui. Sì, diventiamo simili a Dio, se ci lasciamo plasmare da questo segno; se impariamo, noi stessi, l’umiltà e così la vera grandezza; se rinunciamo alla violenza ed usiamo solo le armi della verità e dell’amore. Origene, seguendo una parola di Giovanni Battista, ha visto espressa l’essenza del paganesimo nel simbolo delle pietre: paganesimo è mancanza di sensibilità, significa un cuore di pietra, che è incapace di amare e di percepire l’amore di Dio. Origene dice dei pagani: “Privi di sentimento e di ragione, si trasformano in pietre e in legno” (in Lc 22, 9). Cristo, però, vuole darci un cuore di carne. Quando vediamo Lui, il Dio che è diventato un bambino, ci si apre il cuore. Nella Liturgia della Notte Santa Dio viene a noi come uomo, affinché noi diventiamo veramente umani. Ascoltiamo ancora Origene: “In effetti, a che gioverebbe a te che Cristo una volta sia venuto nella carne, se Egli non giunge fin nella tua anima? Preghiamo che venga quotidianamente a noi e che possiamo dire: vivo, però non vivo più io, ma Cristo vive in me (Gal 2, 20)” (in Lc 22, 3).

Sì, per questo vogliamo pregare in questa Notte Santa. Signore Gesù Cristo, tu che sei nato a Betlemme, vieni a noi! Entra in me, nella mia anima. Trasformami. Rinnovami. Fa’ che io e tutti noi da pietra e legno diventiamo persone viventi, nelle quali il tuo amore si rende presente e il mondo viene trasformato. Amen.

 

 

 

 

 

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