Giovanni_Livatino.jpgdon Sturzo.jpgAppena novanta chilometri separano Canicattì da Caltagirone: due centri della nobile Terra di Trinacria che han dato i natali a due uomini di levatura eccezionale. Parlo, naturalmente, del giudice Rosario Livatino (1952-1990) e di Don Luigi Sturzo (1871-1959). Personaggi diversi per epoca, contesto, ambito di azione, estrazione sociale, stato civile e tante altre cose. Entrambi siciliani ma – ed è questo che conta- entrambi timorati di Dio ed onesti fino all’estremo. E per estremo intendo la santità. Si, Livatino e Sturzo erano santi. E presto lo riconoscerà anche santa madre Chiesa (di entrambi sono ben avviati i Processi di Beatificazione e Canonizzazione).

Ecco, ecco di cosa ha bisogno il nostro Paese: di santità. Quella santità, quella onestà di vita -trasparente ed edificante- che hanno contraddistinto Sturzo e Livatino.

Dal Cielo ci assistano: l’Italia ha bisogno, anche, di Magistrati e politici onesti e coraggiosi. Fino all’estremo, fino alla santità.

 

 

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11.jpegPubblichiamo l’intervento integrale a Palazzo Madama del vicepresidente dei senatori Pdl Gaetano Quagliariello durante il dibattito sulla fiducia al governo Monti. Non da oggi conosciamo e stimiamo Quagliariello, ma riteniamo che in queste parole sia chiaramente ed efficacemente espressa la posizione ed il pensiero, autenticamente liberale ed autenticamente popolare, di milioni di italiani. Sturzo è lieto: il suo “grido” sopravvive.


Signor presidente, colleghi senatori, presidente del Consiglio, signori del governo,

non comprenderemmo gli eventi che ci hanno portato qui oggi se non li inquadrassimo nel drammatico contesto di una crisi internazionale, che troppo spesso invece è stata deformata dalla lettura strumentale e provinciale per volgerla contro un governo che ha fatto molto più di quanto in una situazione ordinaria sarebbe stato lecito attendersi, fino a sacrificare al bene comune l’interesse della propria parte.

 

Un governo che nel pieno della tempesta mondiale, col peso di un debito pubblico pesantissimo stratificato nei decenni, ha fatto registrare un tasso di disoccupazione al di sotto della media europea, ha moltiplicato gli sforzi e i risultati nella lotta all’evasione, ha investito nella salvaguardia della pace sociale; un governo che ha varato in poche settimane la più consistente manovra economica della storia repubblicana e ha gettato le basi per raggiungere nel 2013 il risultato storico del pareggio di bilancio.

Ecco, noi non ci aspettiamo che i colleghi che fino a ieri erano all’opposizione riconoscano tutto questo. Ci aspettiamo però una presa di distanza da quelle fallaci profezie che i fatti si sono incaricati di smentire, secondo le quali le dimissioni del presidente Berlusconi sarebbero valse 100, 200, 300 punti di spread. Per rendersi conto di quanto fossero strumentali quelle affermazioni non bisognava essere professori di economia: basta aprire il Televideo e leggere l’andamento dei mercati degli ultimi giorni.

Insomma, se non si valutasse la complessità di ciò che sta accadendo, non si spiegherebbe perché oggi a chiedere la fiducia a una maggioranza diversa da quella uscita dalle urne sia un illustre italiano così consapevole del valore della sovranità popolare da rispondere appena tre anni fa, a chi gli chiedeva se sarebbe stato disponibile a guidare un governo tecnico: “E’ sperabile che non accada mai. Spero che il sistema politico sia in grado di produrre governi politici con una maggioranza e un’opposizione”.

La crisi che stiamo vivendo, signor Presidente, è globale. Essa affonda le sue radici nel divorzio tra economia reale ed economia virtuale che, innescatasi dall’altra parte dell’Atlantico, ha lasciato in eredità bolle speculative e fallimenti di banche che nemmeno gli Stati sovrani avevano gli strumenti e le possibilità di tenere sotto controllo. Era inevitabile che il terremoto attraversasse l’oceano, ma non appena ha raggiunto il Vecchio Continente ha trovato ad attenderlo una situazione che ha fatto della crisi europea qualcosa di più e di più grave di una crisi di rimbalzo: ne ha fatto l’epicentro di una crisi strutturale che sconta la debolezza di una moneta senza garanti e il mancato completamento di un percorso.

Signor presidente, qui siamo tutti europeisti ma proprio per questo siamo tenuti a dirci la verità. La nascita dell’Unione è stata soprattutto un metodo, il metodo di Jean Monnet: fissato di volta in volta un obbiettivo condiviso, gli stati aderenti avrebbero dovuto cedere via via una quota di sovranità, la minore possibile compatibile con il raggiungimento dello scopo prefissato. Questa dinamica, più volte ripetuta, avrebbe dovuto produrre un graduale e costante trasferimento di sovranità dagli Stati-nazione all’Unione europea.

L’ultima e più importante tappa di questo percorso si è posta dopo la caduta del Muro, con l’avvento della moneta unica. Ed è proprio sull’unificazione monetaria che il meccanismo si è inceppato. L’euro è nato, ma ben presto ha iniziato a soffrire per una compagnia troppo numerosa che celava, in realtà, uno stato di solitudine nonché la perdita di identità dell’Europa: una moneta unica priva del sostegno di una banca garante, e   dipendente da diciassette governi nazionali non più disposti, nei fatti, a una lenta, graduale ma costante devoluzione di sovranità.

Non solo. L’andamento della crisi ha riverberato anche un altro carattere strutturale dell’Europa: la dualità fra Nord e Sud che è geografica ma anche geopolitica, economica e per certi versi esistenziale. La crisi finanziaria si è abbattuta dapprima su quelle economie più deboli dove lo Stato di diritto e il concetto stesso di regolamentazione erano più fragili, e dal bacino mediterraneo sta risalendo verso Nord. Non è un caso che sia stata così duramente colpita l’Italia che riflette al suo interno la stessa dualità. E non è un caso che questa stessa crisi stia mettendo a nudo le debolezze di quell’asse franco-tedesco che dopo aver rivendicato per decenni un ruolo di garante ora cerca di scaricare sugli altri i propri problemi.

E’ in questo contesto che il presidente Berlusconi e il PdL hanno maturato la scelta, non imposta da alcun voto di sfiducia, di compiere un atto di responsabilità contribuendo alla nascita del suo governo: un atto sofferto ma convinto. Signor presidente del Consiglio, assai più che dai programmi a dire il vero ancora vaghi, il nostro giudizio sull’operato del governo dipenderà da quanto esso riuscirà a fare giorno dopo giorno di fronte alla crisi. Oggi lei deve sapere che i margini della nostra disponibilità sono ampi. D’altra parte, chi di fronte alla gravità di questa crisi non mostrasse ampi margini si comporterebbe da ideologo e non da politico. Invece, la nostra scelta di far nascere il suo governo, e persino quella di far sì che esso fosse composto da soli tecnici, è scelta tutta quanta politica.

Sappiamo bene che ci troviamo a un bivio. Da questa esperienza il giovane bipolarismo italiano potrà uscire decomposto, oppure la democrazia maggioritaria potrà risultare rinsaldata.

Molto dipenderà dal ruolo che le principali forze politiche decideranno di interpretare; dalla loro capacità di assumersi insieme la responsabilità di scelte dure ma ineluttabili in campo economico, di preservare al contempo una fisiologica dialettica parlamentare sui temi caratterizzanti le rispettive identità, e di portare a termine quelle riforme delle istituzioni e dei regolamenti che riescano ad aggiornare e a rafforzare il nostro bipolarismo.

Anche il nuovo attivismo politico dei cattolici, di cui questo governo è positiva espressione, deve rientrare in questo schema, respingendo le sirene nostalgiche di una riedizione della Dc, magari anche solo riveduta e corretta. Anche perché solo in questo solco, che oserei definire “ratzingeriano”, potrà continuare a svilupparsi la collaborazione fra credenti e non credenti sul comune terreno di principi che sono parte costitutiva della nostra identità nazionale.

Concludo, signor Presidente. Siamo ben consapevoli che lungo questa strada ci sono dei rischi, e per noi il primo è quello di smarrire il rapporto con la Lega. Non ci illudiamo che la differente scelta di oggi possa non avere conseguenze, ma d’altra parte non dimentichiamo il percorso che la Lega ha fatto per integrare la sua forza popolare nelle istituzioni dello Stato-nazione e le riforme alle quali abbiamo lavorato insieme. Nell’ambito dell’ azione parlamentare non intendiamo annullare tre anni e mezzo di collaborazione.

Si apre oggi una fase di incredibile vivacità politica. Paradossalmente, signor presidente del Consiglio, è un governo tecnico a suscitarla. E noi, proprio in nome della politica e della sua nobiltà, sosterremo il suo governo fin quando e fin dove la responsabilità che fin qui abbiamo dimostrato continuerà a consigliarcelo.

 

Roma, 17 Novembre 2011

Per noi sturziani – o estimatori di Sturzo, qualora non piacesse l’aggettivo- la questione dei principi non negoziabili è di primaria importanza. Alla stregua del grande Sacerdote calatino consideriamo il Magistero della Chiesa una “bussola” assolutamente utile ed imprescindibile nel nostro impegno politico, sia diretto che -ed è il caso di questo sito- indiretto. Spesso la Chiesa è tornata a ribadire l’importanza di tali principi, anche di recente. E sovente ha sollecitato l’impegno di “nuove generazioni di persone cattoliche” nell’àgone politico, ad esempio lo ha fatto autorevolmente il Cardinale Angelo Bagnasco, presidente della Conferenza Episcopale Italiana. Ebbene, ancora più autorevolmente, nei giorni scorsi è intervenuto il Papa su tale tema. Molto acutamente, sulla “Bussola Quotidiana” di oggi, Andrea Tornielli ne riferisce e  dà una lettura delle parole di Benedetto XVI  davvero coinvolgente ed interessante. La ripropongo a tutti chè la ritengo di estrema importanza:

benedetto xvi a venezia.jpg

 

Sabato scorso, da Aquileia, culla dell’evangelizzazione del Nordest, Benedetto XVI è tornato a ripetere il suo invito all’impegno dei cristiani in politica.

Queste le sue parole: «Come attesta la lunga tradizione del cattolicesimo in queste regioni, continuate con energia a testimoniare l’amore di Dio anche con la promozione del “bene comune”: il bene di tutti e di ciascuno. Le vostre comunità ecclesiali hanno in genere un rapporto positivo con la società civile e con le diverse istituzioni. Continuate ad offrire il vostro contributo per umanizzare gli spazi della convivenza civile. Da ultimo, raccomando anche a voi, come alle altre Chiese che sono in Italia, l’impegno a suscitare una nuova generazione di uomini e donne capaci di assumersi responsabilità dirette nei vari ambiti del sociale, in modo particolare in quello politico. Esso ha più che mai bisogno di vedere persone, soprattutto giovani, capaci di edificare una “vita buona” a favore e al servizio di tutti. A questo impegno infatti non possono sottrarsi i cristiani, che sono pellegrini verso il cielo, ma che già vivono quaggiù un anticipo di eternità».

Vale la pena soffermarsi su questo invito. E chiedersi, anzitutto, perché il successore di Pietro continui a rivolgere questo pressante invito ai cattolici del nostro Paese. L’invito a impegnarsi nel sociale ma anche «in modo particolare» nella politica. Quella politica che il servo di Dio Paolo VI definì «la più alta forma di carità». Se un Papa teologo e non italiano qual è Ratzinger, insiste nell’appellarsi ai cristiani, soprattutto ai giovani, perché scelgano di impegnarsi in politica, ciò significa che la Chiesa ritiene insufficiente la presenza dei cattolici in questo ambito.

Dopo la fine della Democrazia cristiana, che i vescovi avevano cercato di tenere in vita fino all’ultimo, i cattolici si sono divisi e sono oggi presenti in più partiti nei due schieramenti. Sono passati nove anni dalla pubblicazione della Nota dottrinale «circa alcune questioni riguardanti l’impegno e il comportamento dei cattolici nella vita politica», approvata da Giovanni Paolo II e firmata dall’allora cardinale Joseph Ratzinger, un documento nel quale si affermava: «Se il cristiano è tenuto ad “ammettere la legittima molteplicità e diversità delle opzioni temporali”, egli è ugualmente chiamato a dissentire da una concezione del pluralismo in chiave di relativismo morale, nociva per la stessa vita democratica, la quale ha bisogno di fondamenti veri e solidi, vale a dire, di principi etici che per la loro natura e per il loro ruolo di fondamento della vita sociale non sono “negoziabili”».

Il tema dei principi «non negoziabili» è stato ripreso più volte, dal Papa e dai vescovi italiani. Ed è diventato, sovente, terreno di scontro politico e in qualche caso di dibattito acceso anche tra gli stessi cattolici.

L’invito pressante di Benedetto XVI all’impegno in politica, però, sembra andare oltre. Il Papa infatti invita i giovani a edificare «una “vita buona” a favore e al servizio di tutti». Se i principi non negoziabili sono la base di partenza, sarebbe miope ridurre l’impegno dei cattolici esclusivamente alla difesa e alla promozione di quei principi. I cattolici sono infatti portatori di una cultura, di una visione dell’uomo e delle relazioni sociali, che non può facilmente essere ridotta o appiattita su certi modelli che oggi vanno per la maggiore in talune formazioni politiche.

C’è da riscoprire, insomma, la politica come servizio al bene comune: le emergenze etiche – come insegna Benedetto XVI nella Caritas in Veritate – sono anche emergenze sociali, ma l’impegno dei cristiani deve tornare a essere a 360 gradi, e ritrovare quell’ispirazione che ha reso i cattolici protagonisti di molte cruciali fasi della vita del nostro Paese.

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http://www.labussolaquotidiana.it/ita/articoli-cattolici-…

Il Servo di Dio don Luigi Sturzo (1871-1959) oltre ad essere stato il più grande politico italiano di sempre -anche se lui si schermiva con la celebre frase “io sono un Sacerdote, non un politico”– è stato anche un ottimo amministratore pubblico. Ha retto, infatti, con la carica di pro-sindaco la natìa Caltagirone. E lo ha fatto non per un anno o due. UN GIOVANE STURZO ALLA SCRIVANIA.jpgNo. Ben quindici-anni-quindici. E ha lasciato il segno anche lì: ancora oggi i calatini lo ricordano e vanno giustamente fieri di lui. Nessuna stortura era possibile presso il comune di Caltagirone: Sturzo vigilava, conosceva, amava. Egli proprio da questa lunga esperienza di amministratore della cosa pubblica comprese bene quelli che erano (ed ancora oggi sono) i mali principali della politica: clientelismo, partitocrazia e sperpero di denaro pubblico. E Sturzo con la sua dolce tenacia ha sempre avversato tali storture e malcostumi: la diccì lo ignorò ed è finita come è finita.

Molti politici ed amministratori locali “coperti” dal nobile Scudo Crociato (una idea di Sturzo) hanno compiuto nefandezze e storture senza numero.  Con la colpevole omertà sia delle opposizioni e sia dei cittadini stessi che, spesso, si sono svenduti per il biblico piatto di lenticchie. Di recente sta emergendo qualcosa, grazie alla presenza di uomini onesti ed integerrimi e nonostante la sordina immediatamente messa da tutte (o quasi) le testate, sarà tutto scoperchiato, tutto rivoltato come un calzino. Tutta la città -soprattutto i disoccupati  onesti- finalmente avranno la conferma  di quanto già da tempo si conosce, purtroppo. E questo andazzo dovrà finire. I responsabili svergognati e, nel caso, puniti. 

Andiamo avanti perchè loro (si, loro) vogliono tornare indietro.Ma, è noto, la illegalità, il “crimine” non paga. E parimenti la onestà trionfa. Occorre solo avere pazienza e fiducia. Tutti i ciambotti perpetrati -che mai Sturzo avrebbe tollerato- saranno smascherati. La lezione di Sturzo prima o poi avrà i suoi effetti. E saranno devastanti, paradossalmente, proprio per molti di coloro che, negli anni, hanno “usato” Sturzo e il suo Scudo Crociato. La diccì non ha ancora fatto una seria autocritica nè, probabilmente, gli zombie viventi la faranno mai. Ma sia Augusto Del Noce che Eugenio Corti che don Gianni Baget Bozzo,  che lo stesso Sturzo hanno parlato e duramente ammonito. Peggio per chi non li ha ascoltati.

cosimo de matteis

 

Chi fosse interessato può liberamente consultare questo sito, interamente dedicato a Sturzo, la sua vita santa ed il suo “grido”: http://partitopopolaresturziano.myblog.it/

don Sturzo.jpgLa politica può essere una sede idonea a trasmettere messaggi educativi. Ciò, naturalmente, a determinate condizioni: è fin troppo evidente – e non sembri banale il ribadirlo – che tali condizioni (l’onestà, la moralità, la tensione all’autentico bene comune) non sussistono nell’odierno quadro politico-amministrativo[1] , salvo sporadiche e lodevoli eccezioni.Quando, però, ci troviamo di fronte a personaggi di indubbia moralità, radicati nella onestà più cristallina e trasparente, allora il discorso cambia.

 

     Luigi Sturzo ha incarnato questa situazione di impegno leale e disinteressato (nel senso di interesse per il bene comune e non per il proprio tornaconto).

     Prima ancora di pensare al grande statista di portata internazionale, si pensi all’intenso operato nel piccolo ambito della  natia Caltagirone. Abbiamo già ampiamente parlato, in altri articoli di questo sito, della vasta attività amministrativa svolta tra il 1905 e il 1920 come pro-sindaco del centro siciliano. Fin da tali prime esperienze locali è possibile individuare l’afflato educativo, ovvero di autentica promozione umana, svolto – ad esempio – nei confronti degli agricoltori calatini .

      Né possiamo dire di essere i primi (men che meno gli unici) a cogliere questa dimensione del pensiero e dell’opera sturziana.          Già nel 1981 l’italo-americano Alfred Di Lascia intitola “La pedagogia della politica” un capitolo del suo denso studio su don Sturzo  in cui viene rivelata la valenza socio-educativa del pensiero sturziano e, con una sorprendente coincidenza rispetto all’idea di Colonna della società educante, così scrive: «il pluralismo democratico di Sturzo richiede che a nessuna istituzione, a nessun agente, a nessuno strumento possa esser permesso di raggiungere un controllo esclusivo (monistico) ; donde la sua vigorosa insistenza su un  insieme sanamente articolato di istituzioni, di funzioni e di poteri separati eppure reciprocamente rapportuali ; né può alcuna istituzione rivendicare una sensibilità totale monopolizzando il processo teleologico -pedagogico»[2].

 

     Quello che vogliamo mettere in particolare evidenza è l’impegno profuso da Sturzo in tale direzione: l’agire politico finalizzato  davvero al bene comune, al miglioramento delle condizioni di vita, ad un autentico sviluppo della persona che non può assolutamente prescindere dalla dimensione soprannaturale.

     Don Sturzo, pertanto, guarda alla coscienza, punta alla coscienza: «L’appello alla coscienza è una costante nel pensiero di Sturzo, e il suo desiderio di realizzare una trasformazione di coscienza, è sovrano.

      Tuttavia, dato che gli storici politici (forse per opzione metodologica) tendono a trascurare o a sottovalutare le complessità della coscienza mentre coloro che hanno scritto su Sturzo e le sue teorie politiche tendono a dare insufficiente attenzione ai presupposti filosofici, siamo ancora una volta, per cosi dire, spinti a sottolineare l’interazione, nel pensiero di Sturzo, dell’esistenza pedagogica (coscienza) e la pressione pratica (politica); dell’aspettativa ideologica (teoretica) e la richiesta tattica (pratica); del valore trascendente (morale -teoretico) e l’atto immanente (pratico-concreto).

      La costanza dell’appello alla coscienza può esser confermata da una accurata lettura degli scritti di Sturzo dopo il suo ritorno in Italia nel 1946, e specialmente durante gli anni ’50 »[3].

   La coscienza, quindi. E non si riferisce (Sturzo, e noi con lui) ad una generica  “coscienza collettiva” come alcuni pure sostengono, bensì alla singola coscienza di ogni persona, la coscienza individuale. Così scrive, in proposito, Giuseppe Catalfamo: «Per Durkheim, com’è noto, la morale, il diritto, la religione, la politica sono una proiezione della “coscienza collettiva”, che è propria di ogni gruppo sociale e, di conseguenza, risolutiva  sé della coscienza individuale.

       E qui sta l’errore. Se è vero, infatti, che ci sono modi di pensare comuni ad una molteplicità di individui che hanno vincoli di razza, nazione, cultura, tradizione, insediamento, è vero anche, e in modo innegabile, che la coscienza individuale persiste indistruttibile, ancorché in determinate circostanze possa non avere  la possibilità di esprimersi in opposizione alla coscienza di gruppo.

      E se esiste ed è incancellabile la coscienza individuale, esistono i rapporti ab nomine ad hominem , come rapporti da coscienza a coscienza, indipendentemente dal fatto di appartenere ad un gruppo»[4].

 




[1] H. A. CAVALLERA, La costruzione del domani. L’educazione politica, Edizione Milella, Lecce, 1984, pp. 155-159.

 

[2] A.DI LASCIA, Filosofia e storia in Luigi Sturzo, Edizioni Cinque Lune-Istituto Luigi Sturzo, Roma, 1981, p.351.

 

[3] Ivi.,p.354

 

[4] G. CATALFAMO, Fondamenti di una pedagogia della speranza , Editrice La Scuola, Brescia, 1986, pp. 101-102

7 Agosto 2010  

Anno Sturziano Celebrazione conclusiva

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Sabato 7 Agosto sarà celebrata la chiusura dell’Anno Sturziano, indetto dalla Diocesi di Caltagirone in occasione del 50° della morte del Servo di Dio don Luigi Sturzo, illustre membro della Chiesa e del territorio Calatino.

 

Sarà presente  per questo evento il Prefetto della Congregazione delle cause dei Santi, S. E. Mons. Angelo Amato, che presiederà la Concelebrazione Eucaristica.

 

Programma:

 

19,00  Chiesa Santissimo Salvatore:

 

– Processione liturgica dal Mausoleo del Servo di Dio verso la Cattedrale

 

– Saluto del Sindaco della Città, 

Prof. FrancescoPignataro

 

– Saluto del Vescovo diocesano, 

S. E. Mons. Calogero Peri

 

– Solenne Concelebrazione Eucaristica presieduta da S. E. Mons. Angelo Amato

Prefetto Congregazione per le Cause dei Santi.

 

 

21,00     – Cattedrale: Concerto “Magie Barocche a cura dell’ Orchestra della Pietà dei Turchini

 

 

nessuna nostalgia dell’assistenzialismo, dello sperpero di denaro pubblico, della corruzione, del clintelismo, della ipocrisia.

Nessuna nostalgia della DC ma, semmai, di Luigi Sturzo. 

trinacria 068.jpgIl chiarimento è necessario: Sturzo ha duramente ammonito la diccì con tutte le sue forze(ricevendo da costoro indifferenza o peggio). Ed erano critiche giuste, sacrosante. Nessuno si appropri indebitamente di Sturzo, tantomeno chi dice di rifarsi alla DC

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