La affermazione  è fondata e sarebbe persino ridondante ricordare le numerose circostanze in cui l’anziano porporato ha posto in essere eventi, azioni, pubblicazioni, iniziative pastorali (“memorabile” la cattedra dei non credenti poi copiata da numerose altre diocesi: e ciò dimostra il grado di influenza che Martini esercita su molti Vescovi) che definire “provocatorie” è eufemistico.

L’ultima, in ordine di tempo, è una pubblicazione a quattro mani (la ennesima) realizzata assieme all’esponente del PD (il partito di D’Alema e Livia Turco) Ignazio Marino, quello favorevole alla eutanasia che gli italiani han conosciuto durante la causata agonia e poi morte di Eluana Englaro: ogni sera era in tv a ribadire la bontà della “dolce morte”.

Di questo ed altro parla Mario Palmaro su “La Bussola Quotidiana” e noi riportiamo questo bell’articolo, grati all’autore ed alla Testata:

 

Il cardinale Carlo Maria Martini si dichiara a favore del riconoscimento dei “matrimoni” tra omosessuali da parte dello Stato. Così hanno scritto nei giorni scorsi molti giornali italiani, dando alla notizia grande rilievo.

 

Di fronte a questo genere di faccende, il mondo cattolico “ufficiale” abbozza una serie di reazioni che in ordine logico e temporale si possono riassumere così: primo, chissà che cosa avrà detto esattamente il cardinale, e che cosa gli hanno fatto dire i giornali; secondo, il card. Martini è un uomo profetico, quindi le sue parole vanno inserite nel contesto e non estrapolate in modo strumentale; terzo, visto che la materia scotta, meglio far finta che non sia successo niente; quarto, se anche il card. Martini avesse detto davvero quello che ha detto, bisogna far finta di niente perché non si può criticare un cardinale, per evitare scandalo e divisioni nella Chiesa; quinto, se qualcuno fra i cattolici critica Martini, peste lo colga, perché così facendo rompe la consegna del silenzio e disturba la quiete della buona gente cattolica.

 

Purtroppo, si tratta di un protocollo terapeutico francamente fallimentare: una sequenza di manovre che farà immancabilmente morire il paziente, cioè il cattolico normale. Perché il cattolico di Voghera si merita ben altro, di fronte al fenomeno, ormai diventato rituale, di uomini di Chiesa che si alzano la mattina, ne dicono una grossa confidando nella “immunità clericale”, e chi si è visto si è visto. Purtroppo, il caso dell’arcivescovo emerito di Milano è, in tal senso, esemplare. Che cosa ha scritto, esattamente, il card. Martini? Il testo è tratto dal libro Credere e conoscere, in uscita per Einaudi, scritto in dialogo con l’ex senatore del Pd Ignazio Marino. Il card. Martini ogni tanto ama questa forma letteraria: qualche tempo fa, per esempio, aveva scritto un libro analogo con don Luigi Verzè (il patròn del San Raffaele), dal significativo titolo, Siamo tutti nella stessa barca. Ma torniamo alla cronaca di questi giorni. Ecco qua il brano incriminato: «Io ritengo che la famiglia vada difesa perchè è veramente quella che sostiene la società in maniera stabile e permanente e per il ruolo fondlibro Credere e conoscere, Einaudi, carlo maria martini, ignazio marino, pd, la bussola quotidiana, mario palmaro, 28 marzo 2012,  amentale che esercita nell’educazione dei figli. Però non è male che, in luogo di rapporti omosessuali occasionali, che due persone abbiano una certa stabilità e quindi in questo senso lo Stato potrebbe anche favorirli». Il campionato mondiale di arrampicata sugli specchi non finisce mai, e i cattolici pronti a parteciparvi sono sempre numerosissimi. Ma temo che questa volta anche un fuoriclasse del settore debba arrendersi all’evidenza: il card. Martini scrive proprio che lo Stato deve aiutare gli omosessuali a stabilizzare il loro rapporto. Teorizza una pagina inedita del catechismo cattolico, sostenendo che – insomma -, piuttosto che avere rapporti occasionali e superficiali, le persone omosessuali si impegnino in maniera seria e prolungata, grazie anche a un istituto messo a punto dallo Stato. Più chiaro di così.

 

La Congregazione per la dottrina della fede ha pubblicato non uno, ma due documenti per insegnare il contrario, e per dire che un politico, vieppiù se cattolico, non può sostenere proposte di legge che prevedano il riconoscimento di unioni omosessuali. Ergo: Martini e la Chiesa insegnano cose diametralmente opposte. Può essere anche doloroso scriverlo, ma ammetterlo è facile facile. Questione di logica elementare. Le uova sono rotte e la frittata è fatta. Ed è qui che si inserisce il grave errore operativo del mondo cattolico ufficiale: fatto di silenzi imbarazzati, e di difese penose che arrancano nel tentativo impossibile di rendere omogeneo quanto detto dal cardinale e quanto insegnato dalla Chiesa in tutti questi anni. Ovviamente, non ignoriamo le ragioni della prudenza, il timore degli scandali, la necessità del rispetto dovuto ai principi della Chiesa, cui si aggiunge nel caso di Martini la pietas dovuta a un uomo di veneranda età, per di più colpito dalla malattia. Ma qui c’è un punto che non può sfuggire a nessuno: e cioè che lo scandalo è già accaduto, ed è pubblico. Ed è lo scandalo provocato da una presa di posizione eterodossa a opera di un vescovo cattolico, che quando parla raggiunge attraverso i mass-media milioni di persone.

 

I fedeli cattolici hanno un diritto che è più forte di ogni altra esigenza, e che riposa nella legge suprema della Chiesa cattolica: la salus animarum, la salvezza delle anime. Se un pastore insegna cose sbagliate in materia non opinabile – e questa, indubbiamente, non lo è – i fedeli hanno il diritto di essere aiutati a riconoscere l’errore, e l’errante deve essere smascherato per il bene di ogni singolo fedele. Di più: solo le persone in mala fede o gli allocchi possono far finta di non vedere che le sortite “aperturiste” – cui il card. Martini non è nuovo – scuotono la Chiesa in tutte le sue pieghe locali, e rendono ancor più fertile il già rigoglioso sottobosco delle piccole e grandi eresie parrocchiali. Adesso i sacerdoti e catechisti, le suore e i teologi che vogliono essere possibilisti sulle unioni fra persone dello stesso sesso hanno la pezza d’appoggio delle parole autorevoli del “biblista Martini”; adesso regaleranno il libro scritto a quattro mani con Marino ai consigli parrocchiali, “perché così almeno si fanno un’idea e raccolgono la provocazione”. E inviteranno anche il medico Marino (“che è cattolico, intendiamoci”) a tenere qualche bella conferenza, insieme a Enzo Bianchi. Che ci sta comunque sempre bene. Ecco: questo è il quadro della situazione. Senza forzature e senza animosità, noi cattolici di Voghera diciamo: Roma, abbiamo un problema. Fate presto, aiutateci.

RIC.jpgRICCARDO CASCIOLI.jpgRiportiamo l’articolo odierno de “La Bussola Quotidiana” a firma del Direttore Riccardo Cascioli senza commenti (non ce n’è bisogno: basta solo leggere l’articolo) e però con una “postilla”: se dovessimo scegliere fra le tante Testate che dicono d’esser cattoliche non avremmo dubbi nell’indicare appunto “LA BUSSOLA QUOTIDIANA”: questo giornale online ha il merito, non piccolo, di non scendere a compromessi col mondo. E’, almeno finora, autenticamente cattolico, nel senso pieno del termine. E non ci meravigliamo, quindi, se molti -tanti, e sempre di piu- scelgono come fonte di informazione questa Testata e non altre:

 

Il direttore di un noto «giornale quotidiano di ispirazione cattolica» attacca oggi violentemente monsignor Antonio Livi per l’articolo scritto sul nostro quotidiano online a proposito di Enzo Bianchi. Nel rispondere a dei lettori scandalizzati per le critiche al priore della comunità monastica di Bose, il direttore di tale giornale si fa prendere da tale foga che incorre anche in un clamoroso incidente: definisce infatti l’eresia monofisita come “considerare Gesù Cristo, vero Dio e vero uomo, solo un uomo”. In realtà l’eresia monofisita consiste esattamente nel contrario, ovvero considerare solo la natura divina di Cristo.

Ma qui non interessa tanto entrare nella disputa teologica: eventualmente a dare ragione di certe affermazioni sarà nei prossimi giorni monsignor Livi (curioso peraltro che il direttore affermi di conoscerlo solo di nome: non solo Livi è filosofo dal lungo curriculum, ma il “quotidiano di ispirazione cattolica” ne ha recensito più volte i libri e lo ha addirittura intervistato, ad esempio il 7 novembre 2009).

Qui però vorrei sottolineare la sorpresa per una difesa d’ufficio veemente che arriva a parlare di disonestà intellettuale e di vergogna per chi avrebbe distorto il senso delle parole di Bianchi per metterne in discussione “l’indiscutibile adesione alla buona dottrina cattolica”. Forse il direttore del giornale di ispirazione cattolica farebbe bene a rileggersi quel resoconto dell’incontro pubblico tenuto a Pescara (la fonte è il giornale diocesano) che pubblichiamo tra le lettere e poi farci sapere se pensa che certe affermazioni siano “una buona dottrina cattolica”.

Peraltro anche il predecessore dell’attuale direttore ogni tanto nutriva dubbi sulla “buona dottrina cattolica” di Enzo Bianchi. Prova ne è la risposta che diede a un lettore il 21 luglio 2007. In quell’occasione un sacerdote di Mondovì si lamentava perché su Avvenire non era stato pubblicato il commento di Enzo Bianchi a proposito del Motu Proprio Summorum Pontificum, quello sulla messa in rito antico, che invece era apparso su Repubblica. Ovviamente si trattava di una critica molto severa nei confronti del Motu Proprio voluto da Benedetto XVI (curioso, Bianchi non si può criticare, il Papa sì). L’allora direttore, che si chiama Dino Boffo, così rispondeva:

“Vede reverendo, se Enzo Bianchi scrive la sua intemerata su Repubblica, nessuno ha nulla da dire (eppure qualcosa ci sarebbe da commentare); se invece la ospitasse Avvenire (ma non ci è stato chiesto) immediatamente si direbbe, anche da parte di altra stampa, che Avvenire non è allineato alla Chiesa. Poi, ci pensi: che cosa c’è oggi di più anticonformista che ragionare in termini cattolici fino a sembrare fin troppo obbedienti?”.

Insomma pare di capire che Dino Boffo avesse, almeno in questa occasione, molti dubbi sull’ortodossia di Enzo Bianchi, fino ad accusarlo di disobbedienza.

Ma non solo: anche l’attuale direttore del “giornale quotidiano di ispirazione cattolica”, che si chiama Marco Tarquinio, ha avuto qualche problemino personale con Enzo Bianchi. Ricordiamo cosa accadde quando morì Eluana Englaro: Tarquinio scrisse il 10 febbraio 2009 un editoriale dal titolo “Uccisa, non morta”, che così diceva (e noi condividiamo completamente):

“Eluana è stata uccisa. E noi vogliamo chiedere perdono ai nostri figli e alle nostre figlie. Ci perdonino, se possono, per questo Paese che oggi ci sembra pieno di frasi vuote e di un unico gesto terribile, che li scuote e nessuno saprà  mai dire quanto. Con che occhi ci guarderanno? Misurando come le loro parole, le esclamazioni? Rinunceranno, forse per paura e per sospetto, a ragionare della vita e della morte con chi gli è padre e madre e maestro e amico e gli potrebbe diventare testimone d’accusa e pubblico ministero e giudice e boia? Chi insegnerà , chi dimostrerà , loro che certe parole, che le benedette, apodittiche certezze dei vent’anni non sono necessariamente e sempre pietre che gli saranno fardello, che forse un giorno potrebbero silenziosamente lapidarli. Ci perdonino, se possono. Perché Eluana è stata uccisa.”

La cosa non piacque affatto a Enzo Bianchi, che il 15 febbraio replicò dalle colonne de La Stampa (eh sì, questi “profeti” sanno scrivere cose diverse a seconda di chi li ospita, attaccando chi li ha ospitati la volta prima e li ospiterà la volta successiva) con un articolo dal titolo “Vivere e morire secondo il Vangelo”, scrivendo tra l’altro:

“Attorno all’agonia lunga 17 anni di una donna, attorno al dramma di una famiglia nella sofferenza, si è consumato uno scontro incivile, una gazzarra indegna dello stile cristiano: giorno dopo giorno, nel silenzio abitato dalla mia fede in Dio e dalla mia fedeltà alla terra e all’umanità di cui sono parte, constatavo una violenza verbale, e a volte addirittura fisica, che strideva con la mia fede cristiana. Non potevo ascoltare quelle grida – «assassini», «boia», «lasciatela a noi»… – senza pensare a Gesù che quando gli hanno portato una donna gridando «adultera» ha fatto silenzio a lungo, per poterle dire a un certo punto: «Donna neppure io ti condanno: va’ e non peccare più»; non riuscivo ad ascoltare quelle urla minacciose senza pensare a Gesù che in croce non urla «ladro, assassino!» al brigante non pentito, ma in silenzio gli sta accanto, condividendone la condizione di colpevole e il supplizio. Che senso ha per un cristiano recitare rosari e insultare? O pregare ostentatamente in piazza con uno stile da manifestazione politica o sindacale?”.

Sì, avete letto bene: Tarquinio accusato da Enzo Bianchi di aver alimentato “una gazzarra indegna dello stile cristiano”.

Potremmo sbagliarci, ma non ricordiamo repliche piccate dirette a Enzo Bianchi, con relative accuse di disonestà intellettuale e di farsi giudice dell’altrui fede e “adesione alla buona dottrina cattolica”. Anzi, da allora gli interventi di Enzo Bianchi sulle pagine del “quotidiano di ispirazione cattolica” sembrano essere addirittura aumentati.

Segno della grande magnanimità e misericordia del direttore. Che oggi osiamo invocare anche in favore di monsignor Antonio Livi.

Riccardo Cascioli

(articolo tratto da “La Bussola Quotidiana”, venerdì 23 marzo 2012. E’ reperibile in rete al seguente indirizzo: http://www.labussolaquotidiana.it/ita/articoli-bianchi-livi-e-un-quotidianodi-ispirazione-cattolica-4882.htm )

Mons.Luigi Negri, la bussola quotidiana, una luce illumina le tenebre, L’annunzio della incarnazione di Dio in Gesù Cristo ci coglie in un momento complesso e contraddittorio.

Da un lato l’esperienza dell’uomo di oggi sembra destinata a un inesorabile e definitivo fallimento. «E’ possibile che l’uomo muoia», diceva sant’Ireneo tanti secoli fa. «E’ possibile che l’uomo, nella sua umanità, muoia», ricordava spesso il papa Giovanni Paolo II. Una vita senza più nessun punto di riferimento sostanziale, dal punto di vista teorico e pratico. Un individualismo proteso all’affermazione di sé come perseguimento del proprio benessere ad ogni costo. Una violenza che dilaga in tutti gli strati della vita sociale, affermata e vissuta come soluzione di problemi che sembrano impossibili a risolversi se non con la violenza. Violenza di omicidi, e spesso anche di suicidi conseguenti.

Una vita brutta, come il Papa ci ricorda continuamente. Brutta perché priva di tensione alla libertà, a seguire il bene, il bello, il giusto. Ed è un’immagine universalmente diffusa che rischia di dare alla parola vita un’accezione totalmente ridotta alla pura sopravvivenza fisica.

Ma dice il profeta nella prima messa del Natale: «Il popolo che camminava nelle tenebre – e certamente le tenebre sono la cifra di questa nostra società – vide all’improvviso una grande luce». Cristo è la luce che illumina ogni uomo che viene in questo mondo. E’ la luce che rivela all’uomo tutto ciò che egli porta nel cuore, ma soprattutto rivela all’uomo quella presenza assolutamente incredibile e pure realissima del mistero di Dio che si fa compagnia all’uomo. Si fa compagnia all’uomo e non solo gli rivela teoricamente la sua identità, ma lo mette in grado di perseguire questa identità attraverso l’appartenenza alla Chiesa – che è luogo dove Cristo si incontra qui ed ora – e diventa cammino educativo per lo sviluppo integrale della propria personalità umana e cristiana.
 
Chi è stato veramente nella profondità delle tenebre, trasale di gioia all’idea che la luce viene. E ne scopre i preannunzi, l’alba. L’alba – ci ricordava spesso monsignor Giussani – è il momento più bello della giornata perché pur carico di tutte le incertezze, le equivocità e le paure della notte, già si intravvede che la luce sta nascendo e vincerà le tenebre, restituendo la vita delle persone e delle cose alla loro consistenza, alla loro bellezza.

Credo che questo sia un momento terribile ma di una terribilità che può diventare una grande positività. Bisogna che i cristiani scommettano un’altra volta sulla fede, sulla fede in Cristo come unica possibilità di salvezza. E occorre che tanti uomini di buona volontà amino il mistero e la verità più di se stessi. Uno dei maestri di questo popolo laico, Vaclav Havel, si è spento qualche giorno fa. Egli aveva giocato tutta la sua vita su ciò che don Giussani chiamava il cuore dell’uomo. E su questo cuore, per questo cuore, ha coagulato un popolo di veramente laici, che hanno potuto poi abbracciarsi con i grandi cristiani come il cardinale Tomášek, «la grande quercia», come lo definiva Giovanni Paolo II. In questo grande abbraccio, pur nella distinzione, è accaduto un evento storico per la Cecoslovacchia: la grande rivoluzione che ha messo fine al comunismo senza rompere neppure il vetro di una finestra, come amava affermare Vaclav Havel.

Il Natale lo sento, lo desidero e lo prego come il rinnovarsi di un dialogo profondo tra laici veramente laici, cioè non laicisti, e cristiani non clericali. Gente che vive la propria laicità come attesa, gente che vive la fede come testimonianza dell’incontro accaduto con Cristo.
Da questo dialogo forse può nascere un contributo decisivo al cambiamento in meglio dell’uomo e del mondo.

* Vescovo di San Marino – Montefeltro

 La Bussola Quotidiana, Venerdi 23 Dicembre: http://www.labussolaquotidiana.it/ita/articoli-una-luce-illumina-le-tenebre-3993.htm

E meno male che ci sarebbe stato l’ordine di non parlare nelle trasmissioni Rai dei profilattici come strumento di prevenzione dell’Aids. L’altra sera lo showman Fiorello, durante il suo seguitissimo programma su Rai1– che ha raggiunto ascolti record – ha dedicato una gag alla promozione del preservativo: ha fatto dire in coro “profilattico” a tutto il pubblico, ha affermato che usandolo “non si prendono le malattie e non si prende l’AIDS. Salva la vita come il Beghelli”, ha proposto di piazzare un enorme profilattico al posto del cavallo di viale Mazzini (sede della Rai), per concludere: “L’importante è che lo usiate”.

A dire il vero non è stato l’unico esempio, perché già il 1° dicembre – giornata mondiale della lotta all’Aids, a causa della quale sarebbe scattato il presunto divieto – su Radio 2, a Caterpillar, c’è stata una lunga intervista all’infettivologa Cristina Mussini che ha fatto eguale, sperticato elogio alle virtù del profilattico, addirittura affermando che la liceità di tale strumento è stata dichiarata anche dal Papa.

Evidentemente la dottoressa Mussini non solo è ignorante per quel che riguarda il Papa – che non ha mai invitato a usare il preservativo – ma anche nel campo che più dovrebbe conoscere. E come Fiorello è responsabile di pubblicità ingannevole. Perché il profilattico non salva affatto la vita: riduce sicuramente i rischi di contagio, ma propagandandolo come salvavita in realtà si incentivano comportamenti a rischio con la conseguenza che le infezioni aumentano anziché diminuire. Ormai c’è abbondante letteratura scientifica a dimostrarlo: non solo in Africa, dove «dopo 20 anni di pandemia non c’è alcuna evidenza che più preservativi portino a meno Aids», come ha scritto il ricercatore Edward Green, vera autorità in materia (per approfondimenti cfr. Luigi Negri-Riccardo Cascioli, Perché la Chiesa ha ragione, Lindau 2010). Lo stesso discorso vale anche per l’Europa: una ricerca di cui abbiamo parlato pochi mesi fa, dimostra che le malattie sessualmente trasmissibili sono in aumento in Europa e l’aumento è direttamente proporzionale all’uso del profilattico.
Continuare a raccontare la storiella del “salvavita” perciò, non solo è errato, non solo è ingannevole, ma è un atto altamente irresponsabile.

Perché allora tanti esperti del settore, tanti medici e scienziati continuano a propagare questa menzogna? Probabilmente perché l’unica cosa che funziona davvero contro l’Aids è l’educazione. L’educazione a una sessualità responsabile, alla fedeltà, a una corretta affettività e all’amore vero. Ma per educare bisogna avere qualcosa da proporre, vivere un’esperienza che dia senso alla vita. Perché educare è essenzialmente trasmettere le ragioni per vivere. Merce rara di questi tempi nella nostra Europa.

E allora chi non ha ragioni per vivere non può trasmetterle: molto più semplice cavarsela scrivendo una ricetta, consigliando una marca di profilattici, indicando medici o cliniche per abortire, invitando ipocritamente alla «promiscuità controllata», come ha fatto la dottoressa Mussini.
Sostanzialmente lasciando sole le persone – e soprattutto i giovani  – davanti alla vita.

Fiorello ha soltanto espresso il nulla e la solitudine di questa società. Prendersela con lui serve a poco, anche se è doveroso esigere dalla Rai che non si faccia disinformazione o si mandino messaggi pericolosi. Serve invece prendere coscienza dell’«emergenza educativa» che c’è nel nostro paese, serve riscoprire per noi le ragioni del vivere, serve assumersi la responsabilità di trasmetterle agli altri.

 “Fiorin Fiorello, il profilattico è bello” di RICCARDO CASCIOLI (“La Bussola Quotidiana” 7 Dicembre 2011

http://www.labussolaquotidiana.it/ita/articoli-fiorin-fiorelloil-profilattico–bello-3832.htm

E’ l’ora di un vero partito conservatore

di Marco Invernizzi (*)
 

 

Come sempre quando avvengono rivolgimenti politici importanti si verificano scontri e terremoti al livello dei diversi poteri che organizzano la vita pubblica di una nazione.

Così è avvenuto in questi giorni in Italia con le dimissioni del governo Berlusconi e la nascita del nuovo governo presieduto dal presidente onorario dell’Università Bocconi e neo senatore a vita Mario Monti. Anche le sinistre hanno infatti percepito che stava per nascere un governo figlio della sconfitta politica di Berlusconi, ma non della loro vittoria. Cerco di spiegarmi.

 

Il terremoto politico italiano nasce da un complesso conflitto geopolitico internazionale in una stagione che vede la fine della supremazia americana sul mondo dopo la fine dell’Unione sovietica (1991) e il successivo emergere di Paesi “forti” e in progressivo sviluppo che fino ad allora erano rimasti in secondo piano davanti al grande e predominante conflitto fra l’Est e l’Ovest del mondo, la cosiddetta “guerra fredda” (1945-1989). Poco importa in questa sede indicare gli attori e gli eventuali vincitori di questo complicato conflitto peraltro in corso, ma importa invece avere presente il quadro internazionale, che ci permette di intuire qualcosa anche di quanto accaduto in Italia.
Quello che è certo è la sconfitta, o comunque il difficile momento che stanno attraversando l’euro e gli Stati europei, o almeno alcuni e fra questi il nostro. L’Italia è stata così oggetto di un attacco speculativo internazionale sostenuto (o comunque non osteggiato) anche da governi che dovrebbero essere nostri alleati, come per esempio la Germania e soprattutto la Francia, che con la guerra in Libia è andata ben oltre  una conflittualità finanziaria.

A questo punto si inserisce l’odio ad personam accumulato contro Silvio Berlusconi da forze politiche e poteri forti a quasi vent’anni dalla sua discesa in campo.
Il resto è cronaca. Di fronte a pressioni inaudite il Presidente del consiglio ha scelto di dimettersi senza essere mai stato sfiduciato in Parlamento e poi di collaborare con il “governo del Presidente” guidato da Mario Monti. Vedremo che cosa accadrà nei prossimi giorni. L’alleato del Popolo delle libertà nella coalizione al governo, la Lega nord, ha scelto diversamente, neppure partecipando all’incontro rituale con Monti e annunciando la riapertura del Parlamento del Nord.

Entrambe le scelte hanno delle ragioni comprensibili. La scelta leghista denuncia come in questo frangente sia stata “sospesa” la democrazia reale e sostituita da un “governo del Presidente della Repubblica” che piace ai vertici dell’Unione Europea, anche se è vero che la Costituzione prevede la possibilità di quanto avvenuto. La Lega sceglie dunque di denunciare l’accaduto anche se con metodi discutibili, come quello del Parlamento del Nord, oggettivamente imbarazzante per qualsiasi parlamentare del centro-destra eletto dall’Emilia in giù.

Berlusconi e il Pdl sembrano aver fatto un altro ragionamento, quello di realizzare una tregua, condizionando il governo nascente in modo che non venga egemonizzato dalle sinistre e dal Terzo Polo: “Se volete i nostri voti in Parlamento – questo è il ragionamento – dovete tener conto anche del nostro pensiero nella costituzione e nelle scelte del nuovo governo”. Vedremo a breve se il ragionamento era fondato.

 

Su La Bussola sono già apparse diverse opinioni a proposito di questa scelta. Personalmente sabato scorso ero a Milano ad ascoltare Ferrara, Feltri e Sallusti e istintivamente avrei difeso l’eventuale scelta di Berlusconi per l’opposizione e dunque per lo scontro deciso con tutti i poteri italiani e non solo. Ma Berlusconi ha scelto diversamente. Probabilmente ha compreso che la partita era comunque perduta e si poteva soltanto cercare di limitare i danni.

 

Quello che però mi pare molto importante oggi è il futuro della creazione politica di Berlusconi, il Pdl. Sempre sulla Bussola abbiamo scritto del partito conservatore, delle sue caratteristiche, del fatto che non c’è mai stato nella storia politica italiana e che invece, in qualche modo, con mille difetti, proprio Berlusconi è riuscito a dargli vita a partire dal 1994, unendo insieme tutte le forze politiche che si riconoscono in alcuni valori fondamentali seppure partendo da filoni culturali diversi, ma in qualche modo legati all’identità italiana e ostili alle diverse ideologie della sinistra.

Questa creatura politica va salvaguardata a ogni costo perché per vent’anni ha costituito un argine contro il tentativo di introdurre una ulteriore aggressione alle radici cristiane dell’Italia, soprattutto per quanto riguarda la difesa dei principi non negoziabili. Per rendersene conto basta confrontare la nostra legislazione in tema di vita e famiglia con quelle dei principali paesi europei.

Mi sembra assolutamente fuorviante presentare Berlusconi come la sintesi di tutto il “soggettivismo etico” diffuso in Italia a partire dagli anni Sessanta, come scrive su La Stampa di ieri il sociologo Giuseppe De Rita. Il suo comportamento privato e il suo conclamato anarchismo rispetto ai valori non hanno certamente contribuito a farne un modello di uomo politico esemplare per chi, come noi, ha a cuore soprattutto la promozione dei principi non negoziabili. Ma De Rita può insegnare a tutti noi che bisogna distinguere la liberazione della società dall’invadenza dello Stato (il liberalismo proclamato e purtroppo non attuato da Berlusconi), dal soggettivismo etico, cioè dal rifiuto e dalla lotta contro l’esistenza di principi sorgivi per il bene comune e dunque non negoziabili. Attribuire anche questo a Berlusconi suona veramente paradossale.

 
(*)Articolo pubblicato nel numero odierno de “La Bussola Quotidiana”

Riporto integralmente l’articolo odierno apparso su “La Bussola Quotidiana” scritto dal Direttore della Testata, Riccardo Cascioli. Va da sè che ne condivido in tutto e per tutto il contenuto. Il titolo originale è “Viva la tecnica” ed è una lucidissima analisi della delicata fase politica.(c.d.)


Alla fine è andata come noi non volevamo andasse. Invece che puntare subito alle elezioni anticipate anche il Pdl si è piegato al governo “tecnico”: incarico a Mario Monti, già oggi forse avremo i nomi dei ministri. Secondo le previsioni già oggi dovremmo vedere i primi effetti benefici della soluzione, con l’affievolirsi degli attacchi speculativi sull’Italia.

Rimane però il fatto che quella in cui siamo entrati è una fase di sospensione della democrazia, perché un governo viene praticamente imposto senza che sia mai stato votato dal popolo. Lo dimostra il fatto che anche le forze politiche in Parlamento più ostili alla soluzione tecnica, alla fine hanno piegato la testa scendendo a più miti consigli.

Il Governo Monti, la bussola quotidiana, il governo monti, mario monti, riccardo cascioli, politica, governo monti, viva la tecnica, cosimo de matteis

Ma soprattutto dobbiamo notare che alla base di questa soluzione alla crisi politica ci sono due menzogne enormi che meritano di essere messe in rilievo.

La prima è che un “governo tecnico” sia neutro, funzioni cioè come un idraulico o un elettricista: c’è un guasto, arriva il tecnico e lo aggiusta. In questo caso tra un tecnico e l’altro – a parte l’accuratezza del lavoro e il prezzo – non è che ci siano grandi differenze. Il guasto è quello, la strada per ripararlo è praticamente obbligata. Con il governo Monti ci si è comportati allo stesso modo, tanto è vero che nessuno gli ha chiesto nemmeno il programma, che cosa intenda fare, le forze in parlamento gli hanno dato il via libera prima ancora che proferisse una parola. Ma l’economia non è così: per il lavoro da fare un tecnico non vale l’altro, perché ogni scelta economica dipende da una visione dell’uomo, del lavoro, della società e perfino di Dio. Peraltro finora al ministero dell’Economia – in questo come nei governi passati – si sono sempre seduti dei “tecnici”, il che non ci ha impedito di arrivare sull’orlo del baratro. In effetti, non solo le scelte economiche dipendono da qualcosa che viene prima, ma c’è anche il fatto che l’economia non è una scienza esatta. Tanto è vero che nessun economista aveva previsto la crisi che oggi ci troviamo a vivere e basta dare un’occhiata a diversi giornali per capire quante idee diverse tra loro abbiano i cosiddetti “tecnici”.

Questo fatto rende ancora più grave la scelta al buio di un governo “tecnico” senza che si dica con chiarezza cosa si vuole fare, fosse anche la realizzazione pedissequa di quanto contenuto nella lettera della Bce.

La seconda menzogna è legata alla prima: è vero che la crisi economica è grave e certamente è sulla politica economica che si richiede la massima concentrazione, ma un economista a capo dell’esecutivo dà l’idea che l’economia sia praticamente l’unica occupazione vera del governo. Ma se Monti dovrà governare due anni,  ammesso che avrà pure successo in economia, cosa intende fare in materia di giustizia, di scuola, di bioetica, di sanità e così via? Il sospetto che con la scusa dei tecnici vengano fatte passare altre misure, in campi diversi dall’economia, che non sarebbero mai potute passare con il governo appena dimesso, è più che lecito. E anche se così non fosse resta un errore di prospettiva identificare l’attività di un governo con la sua politica economica. Per quanto l’economia sia importante essa non può occupare tutto l’orizzonte della nostra vita sociale.

Un ultimo aspetto ci conferma nella preoccupazione per questo passaggio: sabato abbiamo visto anche il volto peggiore dell’Italia, con manifestazioni di odio e violenza che dovrebbero farci vergognare di fronte al mondo ben più del bunga bunga. Purtroppo è un volto che periodicamente si manifesta nella nostra storia: probabilmente i mercati non ne terranno conto, ma di certo indica un atteggiamento davanti alla realtà più teso alla distruzione che alla costruzione.

 http://www.labussolaquotidiana.it/ita/articoli-viva-la-tecnica-3608.htm

san_francesco.jpgIl Quotidiano “La Bussola Quotidiana” pubblica oggi, 4 Ottobre 2011 Festa di San Francesco d’Assisi, un articolo-intervista  a padre Ignacio Larrañaga, frate cappuccino spagnolo. L’articolo è firmato da Antonio Giuliano e lo riproponiamo per onorare il grandissimo santo di Assisi -Patrono d’Italia, non dimentichiamo!- con il medesimo auspicio che emerge dall’intervista e cioè che finisca la strumentalizzazione e la deformazione: non da oggi, infatti, San Francesco è oggetto di una vera operazione di revisionismo ideologico -cui, purtroppo, non sono estranei suoi “figli”- che finisce con lo sfigurare colui che è e rimane un “alter Christus”:

 

«Continuiamo a piegare san Francesco alle mode della cultura moderna, ecco perché viene presentato come contestatore, hippie, ecologista… E come frati francescani non siamo esenti da questa deriva». Già in un libro illuminante Nostro fratello di Assisi (Edizioni Messaggero Padova, pp. 368, euro 20) scritto ormai più di vent’anni fa, padre Ignacio Larrañaga, frate cappuccino spagnolo, aveva messo in guardia da coloro che riducono san Francesco a «una marionetta senza Dio». Un rischio tanto più concreto oggi, secondo il religioso, perché «l’uomo moderno ha sostituito Dio con il proprio ego». Sacerdote francescano, Larrañaga, nel 1984 ha fondato i Laboratori di Preghiera e Vita, un servizio ecclesiale diffuso in più di 40 Paesi del mondo, ed è autore di numerosi best-seller di spiritualità. Da vero innamorato di san Francesco è impegnato da anni a far emergere il volto profondo del Poverello, la novità del carisma francescano che viene fuori per esempio dai lavori imprescindibili del medievista Raoul Manselli (San Francesco d’Assisi e I primi cento anni di storia francescana entrambi pubblicati dalla San Paolo). E l’originalità di un Santo che come ha detto Chesterton in un mirabile ritratto controcorrente (ripubblicato di recente da Lindau) è l’esatto contrario di un sognatore, «un uomo d’azione» che non può certo diventare «un protagonista di storie graziose».

Ecologista, pacifista, contestatore… Quante maschere sono state incollate negli anni a san Francesco?
Purtroppo la cultura moderna continua a presentare la sua figura secondo le mode del momento: ecco perché ce lo ritroviamo come hippie, contestatore, ecologista… È una tendenza che sia pure in forma lieve serpeggia anche tra i frati francescani oggi. Molti libri del resto continuano a offrire agli uomini d’oggi un Francesco senza Dio o un Dio in tono minore.

In che senso?
Nel libro Nostro fratello di Assisi ho voluto approfondire l’interiorità di Francesco, per far risaltare il suo rapporto d’amicizia con Dio. Perché senza il Dio vivo e vero, non si può comprendere il mistero di Francesco e il Santo può essere catalogato soltanto come uno psicopatico. Uno che dichiara il suo amore a Madonna Povertà, che rispetta le pietre e i vermi, che è amico dei lupi e dei lebbrosi, che si presenta a predicare in biancheria intima o che cerca la volontà divina girando su se stesso come a una trottola, lascia pensare solo a una persona squilibrata. Senza Dio, san Francesco può assomigliare soltanto a una bellissima marionetta, capace di prodigiose acrobazie. È invece Dio a rendere solida e integra la sua personalità. È Dio che rende sublime ciò che sembra ridicolo.

Lei ha criticato anche la filmografia sul Santo.

Prendiamo il film di Zeffirelli. È un bel ritratto “periferico” di Francesco. Non ci offre la spiegazione del mistero della sua anima. Tutto ci appare come un magico mondo in cui solo un masochista chimicamente puro può compiere ciò che Francesco ripete in quelle scene: sottomettersi a una vita errabonda offrendo un volto felice a facce acide, usare dolcezza nell’asprezza, trovare gioia nella povertà… Tutto questo presuppone un lungo camminare nel dolore e nella speranza, in pratica il passaggio trasformante di Dio nella vita di un uomo. E questo nel film non si vede.

Il Papa in uno dei numerosi interventi sul Santo d’Assisi (raccolti ora nel volume Benedetto XVI e San Francesco a cura di Gianfranco Grieco per la Libreria Editrice Vaticana) ha parlato di Francesco prima della conversione come di una specie di «play boy». È ancora proponibile la sua svolta ai giovani d’oggi?
È difficile oggi far comprendere a un giovane che la castità è un valore, perché viviamo in una società completamente erotizzata. Si può cominciare a comprendere il valore della castità solo nel momento in cui un giovane si lascia sedurre profondamente da Gesù Cristo.

Il prossimo 27 ottobre sarà la venticinquesima edizione dell’Incontro interreligioso di Assisi voluto da Giovanni Paolo II, sarà ancora l’occasione per riscoprire il messaggio di pace di Francesco, troppo spesso arruolato tra i pacifisti…
Ma la pace promossa da Francesco ha un’unica radice: Dio. E questo spiega anche la fratellanza cosmica: la pace riguarda tutte le creature perché tutte provengono da Dio. Di certo però non si può dire che gli animali valgono più di un embrione umano.

Pensi a san Francesco e subito ti viene in mente una figura gioiosa. Ma qual è il segreto di un uomo che andò incontro alla morte cantando?
La felicità di san Francesco derivava dal fatto che il suo cuore traboccava della presenza vibrante a amorosa di Dio. Lui credeva davvero che la morte non ci chiude le porte della vita, ma al contrario ci apre quelle della vita eterna. Mentre il problema più grande dell’uomo moderno è proprio la mancanza di fede nella vita eterna. Da qui nascono gli egoismi nevrotici, le lotte e la tendenza a buttarsi via.

Lei ha scritto che uno dei più grandi inganni della nostra società è farci credere che si possa essere completamente felici. Spesso viene taciuto che lo stesso san Francesco fronteggiò pene e tribolazioni anche nel fisico.
È una vera utopia moderna quella che ci vuole sempre felici. Bisogna far i conti con la sofferenza che è sempre in agguato. La differenza sta nel soffrire con l’ angoscia o nel soffrire con la pace. Nel primo caso è davvero una disgrazia. Ma l’esperienza di Francesco suggerisce che quando hai la pace dentro puoi sopportare ogni sofferenza. E ciò accade a coloro che hanno Dio vivo nel loro cuore.

A tal proposito lei ha scritto diversi libri sulla preghiera e ha fondato veri e propri laboratori in tutto il mondo. Ma cosa suggerisce a chi non riesce a vedere i frutti delle proprie preghiere?

Il problema non è il fallimento o il successo. Ma nel consegnare i risultati nella mani di Dio e restare in pace anche in caso di avversità. E il giorno dopo ritornare a combattere. Chi ha la pace è una persona indistruttibile, e nonostante i molti fallimenti subiti, alla fine, sarà sempre un vincitore.

 

(Tratto da “La Bussola Quotidiana” del 4 Ottobre 2011, autore ANTONIO GIULIANO. http://www.labussolaquotidiana.it/ita/articoli-non-riduciamo-san-francesco-a-una-marionetta-senza-dio-3222.htm )

 

Ho naturalmente una mia opinione sul cantante modenese Vasco Rossi: e riguardo i “messaggi” contenuti nei suoi brani e gli effetti sui suoi numerosissimi fans. Ma, per il momento, me le tengo per me. Intanto offro ai miei lettori (a proposito: GRAZIE! SIETE SEMPRE PIU NUMEROSI!) queste considerazioni non mie ma di Danilo Quinto apparse oggi sul Quotidiano online “La Bussola” (http://www.labussolaquotidiana.it/ita/home.htm )

 

 

«Chi-mi-ca pisce è bravo», scrive Vasco Rossi sulla sua pagina di facebook, annunciando che «assumo (da tempo) un cocktail di antidepressivi, psicofarmaci, ansiolitici, vitamine e altro, studiato da un equipe di medici che mi mantiene in questo ‘equilibrio’ accettabile».

 Il messaggio è rivolto ai giovani suoi fans, per far loro conoscere direttamente le ragioni del suo ricovero in ospedale. «Se sono vivo – aggiunge – lo devo a loro e a tutta questa valanga di chimica che assumo. Non avrei superato tutte le consapevolezze le sofferenze e la profonda depressione nella quale ero sprofondato nel 2001».

In molti, nei giorni scorsi, hanno esaltato questo messaggio. Ad esempio, il professor Giovanni De Plato, che insegna Psichiatria all’Università di Bologna, ha commentato così a Repubblica: «Vasco Rossi ha lanciato un messaggio dal forte contenuto pedagogico ed educativo. Molte persone colpite da questo tipo di disturbi si vergognano a dirlo. Spesso si sentono sole, emarginate e faticano a rivolgersi ai servizi pubblici. Il fatto che una rockstar abbia esternato quelle emozioni, serve da esempio».

Se si tratta di un «messaggio di forte contenuto pedagogico ed educativo», allora vuol dire davvero che invece di stare su questa terra, a volte è come se vivessimo sulla luna, perché davvero lunari ci sembrano questo tipo di considerazioni rispetto alle parole di Vasco Rossi, che passa dall’esaltazione della droga a quella dei cocktail di antidepressivi, psicofarmaci, ansiolitici, vitamine e altro. Per i giovani e i giovanissimi suoi fans e per coloro che leggono queste frasi, attraverso i mezzi di comunicazione che le amplificano, si tratta di un messaggio devastante, che  ripropone – in una versione riveduta e corretta, i tempi cambiano – l’esaltazione della cultura dello “sballo”, quella già descritta in tante sue canzoni ed in una particolare in Vita spericolata: «Voglio una vita maleducata/Di quelle vite fatte fatte così/Voglio una vita che se ne frega/Che se ne frega di tutto sì/Voglio una vita che non è mai tardi/Di quelle che non dormi mai/Voglio una vita di quelle che non si sa mai/E poi ci troveremo come le stars/A bere del whisky al Roxy Bar/O forse non ci incontreremo mai/Ognuno a rincorrere i suoi guai/Ognuno col suo viaggio ognuno diverso/E ognuno in fondo perso dentro i fatti suoi».

Dal “viaggio” con droga, si passa al “viaggio” con i farmaci. C’è un fatto, però. I 120 milioni di ansiolitici ed ipnotici che vengono venduti ogni anno in Italia, non sono frutto del caso. Si aggiungono alla piaga delle droghe (l’ecstasy, le colle, le sostanze chimiche inalanti, la cocaina, che 7,5 milioni di giovani europei ammettono di aver usato almeno una volta) e presto le soppianteranno. E’ un fenomeno già in larga parte avvenuto negli Stati Uniti, dove da più fonti si apprende che l’utilizzo di antidolorifici, stimolanti, sedativi e tranquillanti, ha superato quello delle droghe illegali e dove il Comitato Internazionale per il controllo dei narcotici, lancia allarmi rispetto all’abuso dei farmaci.

I farmaci sono anche contraffati e dell’affare se ne occupano le organizzazioni criminali, che in base ai dati dell’Organizzazione Mondiale della Sanità gestirebbero un traffico di farmaci  pari a 23 miliardi di euro – il 10 per cento del totale delle vendite mondiali, con punte del 50% nei paesi in via di sviluppo – causando mezzo milioni di morti l’anno.

Internet è il mezzo di diffusione e acquisto principale per questi falsi: secondo l’Oms, più del 50 per cento dei farmaci acquistati sul web, su siti che non rivelano la propria sede fisica, è contraffatto. In Europa, e anche in Italia, si assiste a una distribuzione incontrollata di benzodiazepine o di barbiturici, seguiti dalle sostanze anoressanti. La classifica dei farmaci più venduti on line vede in testa gli antidolorifici, seguiti dai tranquillanti, dagli anoressanti e infine dagli stimolanti.

L’abuso dei farmaci riguarda anche i bambini. Basta andare a leggere l’homepage del sito www.giulemanidaibambini.org. Sono 11 milioni negli Stati Uniti i minori che ogni anno utilizzano farmaci psicoattivi (per tutte le patologie); 20.000.000, il numero di ricette compilate in USA ogni anno per la somministrazione dei soli psicofarmaci di tipo stimolante ai bambini; 10%, la percentuale della popolazione infantile USA che soffrirebbe dell’ADHD, Sindrome da Iperattività e Deficit di Attenzione; 27% – 6%, la differente incidenza percentuale dei disturbi del comportamento in USA rispettivamente nei minori delle classi sociali a basso reddito e nei minori delle classi sociali agiate; 2,1 miliardi di dollari, il giro d’affari per la vendita di psicofarmaci stimolanti per bambini nei soli Stati Uniti; 100%, l’incremento del consumo di psicofarmaci per l’iperattività in oltre 50 paesi, tra i quali Belgio, Germania, Inghilterra, Olanda, Islanda, Irlanda, Norvegia e Spagna.

 

I maestri alla Vasco Rossi, esaltati dalla cultura edonistica dominante, che inganna tutti, distorcendo la percezione reale dei problemi, dovrebbero diffondere questi dati, magari utilizzando la loro pagina di internet. Questo significherebbe compiere un atto laico di contenuto “pedagogico ed educativo”. 

 

 

 

vasco rossi, droga alcol sballo suicidio eutanasia radicali, vita spericolata, liga-blasco: chi il peggiore?, la bussola quotidiana, danilo quinto, cattivi maestri, psicofarmaci ansiolitici,

 

 

 

 

 

 

In occasione del referendum sull’acqua si è notata una mobilitazione particolare del mondo cattolico, probabilmente superiore a quella contro il divorzio e l’aborto. Non ci sono dati certi a questo proposito, ma tutti abbiamo assistito alle catene di sms, ai pronunciamenti delle associazioni, prima tra tutte l’Azione cattolica, ai volantinaggi davanti alle chiese, alle dichiarazioni di vescovi e uffici stampa delle diocesi, all’impegno propagandistico degli ordini religiosi, alle dichiarazioni di moltissimi teologi moralisti. Questo notevole impegno profuso dai cattolici per l’occasione merita una pacata e approfondita considerazione. Essi possono dire oggi di aver vinto. Ci sono fondati motivi per dire che hanno perso.

La rinuncia alla realtà
La prima considerazione da fare è che i cattolici, per motivi che vedremo in seguito, hanno aderito e a loro volta incentivato una trasformazione del senso del referendum. Antonio Massarutto, autore del documentato libro “Privati dell’acqua? Tra bene comune e mercato” (Il Mulino) lo aveva detto con chiarezza: “Più volte, in questi mesi, partecipando a dibattiti pubblici, mi sono sentito chiedere se sono favorevole o contrario alla privatizzazione: non sono né favorevole né contrario, per la semplice ragione che, posta in questi termini, la domanda è senza senso”. Massarutto conosceva bene la complessità e l’articolazione del problema acqua, avendovi dedicato 252 pagine di libro. Sapeva bene che il problema non era privatizzare o meno. Però questo hanno detto i cattolici militanti per il sì, non facendo così un servizio alla realtà e alla verità, distorcendo il significato del quesito e trasformandolo in una questione ideologica di Bene e di Male. La concreta problematica della gestione, distribuzione, depurazione dell’acqua è stata così sepolta sotto le citazioni del Cantico di Frate Sole.

Il vizio del moralismo
Dire che l’acqua è “elemento vitale”, “bene comune”, “un diritto di tutti” e che essa non deve essere ridotta a merce è fare demagogia o ideologia. Sia chi non è andato a votare, sia chi ha votato sì, sia chi ha votato no concorda perfettamente con queste affermazioni. Il problema non era di principio – l’acqua è di tutti o di alcuni? – ma pratico: come bisogna organizzare la gestione delle reti idriche? Una diocesi ha detto: “Andare a votare è  un gesto per la vita, per la vita di tanti che ancora nel mondo non hanno il diritto più elementare, quello dell’acqua”. Cosa c’entri il referendum in Italia con la mancanza di acqua in Africa non ci è dato di sapere. Se analizziamo la gran parte dei Settimanali diocesani troviamo questo livello di ragionamento. Ma quando si sbandierano ragioni di questo genere si cade nel moralismo inefficace e servizievole. Si crede di aver contribuito a far andare avanti la storia ed invece ci si è accodati ad altri. Se nascondo il vero problema sotto le coltri delle belle ed astratte frasi di principio impedisco la sua soluzione o favorisco soluzioni non volute.

L’integralismo progressista
Durante la campagna referendaria sono stati utilizzati richiami della Scrittura, frasi del Vangelo e della Dottrina sociale della Chiesa in modo avventurosamente integralista. Che Gesù, sulla croce, abbia chiesto da bere non implica, se non per una imperdonabile forzatura, che si andasse a votare e che si votasse sì. Eppure è stato detto anche questo. Su un sito cattolico ho letto che San Francesco, “da quel rivoluzionario che era, sarebbe certamente andato a votare e avrebbe votato sì”. Chissà quante suore hanno pensato di interpretare in questo modo avventato il carisma del loro fondatore, appiattendolo drammaticamente su un problema di gestione del rubinetto.

Antonio Masserutto aveva fatto anche quest’altra previsione azzeccata nel suo libro già ricordato sopra: “Molti scomodano invano il nome di Dio, ma qui il problema non è l’acqua donata da Dio bensì gli acquedotti e i depuratori realizzati da Cesare”. I cattolici referendari hanno scomodato il nome di Dio.

La scarsa conoscenza della Dottrina sociale della Chiesa
La stessa Dottrina sociale della Chiesa è stata molto strumentalizzata. Che il Compendio affermi che l’acqua non va trattata come tutte le altre merci, non significa che essa sia gestita solo dallo Stato perché al monopolio statale dei beni comuni il Compendio è assolutamente contrario. Nessun documento della Dottrina sociale della Chiesa dice che l’acqua deve essere fornita dal Governo, come autorevoli presidenti di organismi vaticani hanno detto. Non si è distinto tra beni collettivi e beni pubblici; tra bene comune e bene totale e non si è chiarito che bene pubblico non significa che debba gestirlo lo Stato. Non è stato utilizzato il principio di sussidiarietà. Su queste basi come si potrà rivendicare domani una scuola veramente paritaria?  Dato che l’istruzione è un bene pubblico, dovremo tollerare solo le scuole statali? Questi errori di impostazione culturale si pagano. 

La caricatura del profetismo
Trovo preoccupante questo modo di ragionare. Esso “applica” la frase evangelica al problema pratico con un automatismo sospetto, riduce l’aspetto cosiddetto “profetico” della religione cristiana a votare per abolire un comma di un articolo di legge, produce ingenuità ed irenismo mentre impedisce di elaborare categorie culturali proprie. Ci si sente in pace con il creato e con gli altri senza però aver prodotto nessun concreto miglioramento, ma solo avendo assecondato una generica mobilitazione collettiva per un diritto, quello all’acqua, che nessuno negava. La parola “profetico” è risuonata molte volte nella campagna referendaria delle associazioni cattoliche. Ma non si capisce cosa abbia di profetico la tutela delle rendite di posizione presenti. Appiattito sul rubinetto, il profetismo cristiano è stato abbastanza profanato: bastasse una crocetta per essere profeti …

Credevo di votare per l’acqua, ho votato per il divorzio breve
Tutto questo ha poi fatto sì che il mondo cattolico trascurasse il significato politico del referendum. Ha avuto un bel dire il giornale della Cei, Avvenire, che il referendum non doveva essere un voto pro o contro il Governo: questo aspetto non è stato secondario, come si vede dalle dichiarazioni dei politici ad urne chiuse. E’ probabile che molti cattolici abbiano promosso il referendum anche per questo motivo. In questo caso, però, l’utilizzo delle frasi di Gesù in croce sarebbe ancora più colpevole. Se invece alle conseguenze politiche i cattolici non hanno pensato significa ancora una volta ingenuità: uno può credere di votare per l’acqua e invece vota per aprire la strada al divorzio breve. Anche questo accade se non si sta attenti.

Molti cattolici con cui ho discusso di questi problemi sostengono che bisognava dare fiducia ai movimenti che, dal basso, chiedono di partecipare alla gestione dei beni pubblici, specialmente in questi momenti di crisi della politica. Ma i movimenti che nascono dal basso hanno mille componenti ideologiche – naturalistiche, ecologiste, esoteriche, new age, collettiviste, antifamiliste, femministe, animaliste – e spesso fanno riferimento a visioni dell’uomo antitetiche a quella cattolica. Quanti movimenti per i diritti umani che si sono mobilitati per questo referendum sono contrari alla famiglia e alla vita? I cattolici non possono fare lo spezzatino della persona umana. Del resto, lo statalismo della vittoria del sì non valorizza certo la soggettività della società civile.   

Si dovrebbe analizzare a fondo, nel prossimo futuro, l’atteggiamento mentale e operativo dei cattolici in occasione di questo referendum, ben oltre le poche riflessioni condotte in queste righe. Credo che ne emergerebbero significative incertezze culturali e i segni di alcune crepe considerevoli nel tessuto ecclesiale. 

(STEFANO FONTANA,

 
 

I cattolici hanno vinto I cattolici hanno perso, sta in “La Bussola Quotidiana”,  martedì 14 giugno 2011. http://www.labussolaquotidiana.it/ita/articoli-i-cattolici-hanno-vintoi-cattolici-hanno-perso-2154.htm

Vi propongo un ottimo articolo di Andrea Tornielli riguardo il Sacerdote arrestato nei giorni scorsi in Liguria con accuse gravissime. Consiglio davvero accoratamente la lettura: Tornielli còglie in pieno la questione, ne dà una lettura giusta e seria e pone delle domande rivolte a tutti. Forse -dico forse- soprattutto ai Confratelli nel Sacerdozio.

 

La triste vicenda di don Riccardo Seppia, il parroco della chiesa di Santo Spirito Sestri Ponente arrestato nei giorni scorsi perché accusato di aver fatto avances sessuali a un sedicenne e per cessione di cocaina, lascia aperte domande drammatiche.

Va dato atto all’arcivescovo di Genova, il cardinale Angelo Bagnasco, di essersi subito recato nella parrocchia, di aver pubblicamente dichiarato la propria vergogna, di aver immediatamente sospeso il sacerdote in attesa degli sviluppi dell’inchiesta. Inoltre, ogni cristiano sa bene che nonostante le norme antipedofilia, l’inasprimento delle pene canoniche, etc. etc., la natura umana continua a rimanere ferita dal peccato originale. Purtroppo questi episodi vergognosi e tremendi – che mostrano come la persecuzione più terribile per la Chiesa non arrivi dai nemici esterni, come ha spiegato Benedeto XVI, ma dal peccato dentro la stessa Chiesa – accadono ancora.

Quello che stupisce, nel caso di don Seppia, come nel caso dei preti gay oggetto di un’inchiesta di Panorama, poi trasformatasi in un libro, è da una parte la capacità di queste persone di costruirsi e gestire delle doppie vite, dall’altra la mancanza quasi totale di «controllo sociale» sulla vita del prete.

sestri ponente chiesa santo spirito,don riccardo seppia,ma chi erano gli amici di don seppia?,andrea tornielli,la bussola quotidiana,bagnasco,abusi sessuali,preti gay,tendenze omosessuali seminaristi


Qui non si tratta (solo) di peccati, ma di gravissimi reati. Non siamo di fronte alla caduta, alla debolezza vissuta con senso di colpa di un sacerdote che non riesce ad essere fedele all’impegno del celibato, e cede alla tentazione. Si tratta, invece, di vite parallele, dove la persona riesce a sdoppiarsi, predicando bene e razzolando malissimo perché compie dei crimini, usa droga e se ne serve per attirare le giovani “prede”.

Ecco, ciò che stupisce è proprio questo: don Seppia era – ora lo si scopre – un prete chiacchierato, alcuni suoi parrocchiani sapevano delle sue assenze notturne (andava a Milano per rifornirsi di droga o per frequentare palestre e saune), sussurravano critiche per certi suoi atteggiamenti disinvolti. C’è da chiedersi come don Riccardo fosse inserito nel contesto della diocesi, in quali rapporti fosse con i confratelli preti, quali fossero le sue amicizie. Insomma, c’è da chiedersi come sia possibile che quanto leggiamo sia potuto accadere senza che nessun campanello d’allarme scattasse nelle persone più vicine al sacerdote ora accusato dell’abuso di un minore con una leggera disabilità mentale.

La Lettera circolare della Congregazione per la dottrina delle fede alle conferenze episcopali che detta le linee guida per codificare norme antipedofilia, insiste in un punto sulla formazione dei seminaristi e sulla formazione permanente del clero. La soluzione, però, non sta in una formula, o in nuovi schemi bacchettoni da introdurre nei seminari per riportare indietro di cinquant’anni l’orologio della storia: una volta usciti, i seminaristi diventati preti si troveranno comunque a fare i conti con la società in cui tutti viviamo. La questione vera, ancora una volta, è quella che riguarda il tessuto di relazioni e di amicizie che sostiene il sacerdote, quella che riguarda la sua maturità affettiva, oltre che lo spessore della sua vita spirituale.

 

da “La Bussola Quotidiana”, martedì 17 maggio 2011

http://www.labussolaquotidiana.it/ita/articoli-ma-chi-eranogli-amici-di-don-seppia-1887.htm